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italiana / Come ci hanno deindustrializzato
« il: Aprile 30, 2013, 04:57:23 pm »
DI CLAUDIO MESSORA
byoblu.com

Intervista a Nino Galloni


MESSORA: Nino Galloni, economista, ex direttore del Ministero del Lavoro; uno che di cose in questo paese ne ha viste tante. Nino, buongiorno.

GALLONI: Buongiorno!

MESSORA: Benvenuto su byoblu.com, a queste interviste volute dalla rete. Io ero rimasto molto colpito dalla tua affermazione in un convegno che ripresi e misi su Youtube, intitolando il video “Il funzionario oscuro che fece paura a Kohl”. Nel tuo racconto del processo con il quale siamo entrati nell’euro, tratteggiavi questa decisione assunta dalla politica italiana di un vero e proprio progetto di deindustrializzazione del nostro paese. E mi sono sempre chiesto: ma perché mai, alla fine, la politica avrebbe dovuto decidere questo strangolamento, questo inaridimento, la morte del nostro tessuto produttivo? Ho cercato, via via, delle risposte nel tempo, ma oggi che sei qua forse queste risposte ce le puoi dare tu. È un processo, quello di deindustrializzazione, che parte da molto lontano. Riesci a farci una carrellata di eventi e poi arriviamo al focus?




GALLONI: Credo che la data dalla quale dobbiamo necessariamente partire sia il 1947, quando al Trattato di Parigi De Gasperi cede una parte della nostra sovranità, ma in cambio ottiene il riassetto di certi equilibri. La componente socialcomunista esce dal governo, ma manterrà una grande influenza nel campo creditizio e questo, vedremo, sarà un fattore decisivo una trentina di anni dopo.

MESSORA: gli Stati Uniti hanno avuto un bel ruolo in questa decisione.





GALLONI: Gli Stati Uniti hanno avuto un bel ruolo perché chiaramente gli aiuti del Piano Marshall erano condizionati all’uscita dei comunisti dal governo. In realtà Togliatti, giustamente, si lamentava del fatto che ci fosse questo ricatto, ma era perfettamente consapevole di doverlo fare di uscire dal governo, anche perché tutto sommato alla Russia stalinista non faceva comodo un Partito Comunista al governo, come poi trent’anni dopo non farà scomodo il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro, che tutto sommato era stato additato come interessato a fare avvicinare i comunisti all’area di governo, cosa che poi potrebbe essere sfatata.

Ma torniamo all’industria. Quindi nel 1947 la produzione industriale, per non parlare della produzione agricola italiana, è a livelli del 1938. Il paese è semidistrutto. Tuttavia inizia una ricostruzione. Ad un certo punto di questa ricostruzione, in cui hanno un ruolo le industrie energetiche, quindi Mattei, ma si comincia a sviluppare in modo sorprendente anche il nucleare, ci si trova già negli anni ’60 nel miracolo. Cioè piccole industrie, grandi industrie, industrie a partecipazione statale, soprattutto, e anche cooperative, trainano l’Italia in una situazione completamente diversa. Negli anni ’70 scopriamo che abbiamo superato l’Inghilterra, scopriamo che ci stiamo avvicinando alla Francia, scopriamo che possiamo, dal punto di vista manifatturiero, andare a dar fastidio alla Germania. Nel ’71 si sgancia la moneta dall’oro e questo rende teoricamente tutto più facile: gli aumenti salariali anche in termini reali, la spartizione dei guadagni di produttività che va in parte ai lavoratori e quindi aumentano i consumi, aumentano le vendite, aumenta il valore delle imprese. Questo è un concetto fondamentale che oggi è stato completamente dimenticato. Oggi la consapevolezza e l’orizzonte delle imprese – e di questo ha grave responsabilità la Confindustria – è ridotto all’immediato, al profitto annuale. Le imprese dovrebbero traguardare obiettivi di crescita del valore delle imprese stesse, in modo di contrattare poi con le banche tassi di interesse buoni e invece manca completamente questa consapevolezza.

MESSORA: Negli anni ’70 eravamo all’apice.

GALLONI: All’apice. Diciamo che forse l’anno di maggior crescita è proprio il ’78, che è l’anno, non a caso, del rapimento di Moro.

MESSORA: Cioè noi stavamo raggiungendo e superando le altre economie avanzate.

GALLONI: C’erano stati altri segnali gravissimi di attacco al sistema italiano, come appunto l’omicidio di Mattei, ordinato perché aveva pestato i piedi alle “Sette Sorelle” in Medio Oriente, trovando una formula che ci aveva dato una posizione nel Mediterraneo veramente ragguardevole dal punto di vista della politica estera. E non ci dimentichiamo che Moro era amico degli arabi moderati, quindi aveva contro Israele e aveva contro gli arabi estremisti. Poi abbiamo visto che aveva contro la Russia, che non voleva un avvicinamento del Partito Comunista Italiano al governo e anzi mal sopportava l’importanza in Europa di questo grande partito, e gli americani che temevano – questa è la versione non dico ufficiale, ma su cui concordano molti osservatori, che dobbiamo (va citato in questo caso) alla ricostruzione di mio padre, che era principale collaboratore di Moro a quei tempi – che  l’avvicinamento del Partito Comunista all’area di governo,  secondo i loro centri studi, i loro servizi, avrebbe potuto vanificare il principale piano strategico di difesa dell’Occidente nei confronti della Russia sovietica, che aveva una supremazia evidente di terra. Quindi un’avanzata dei carri armati sovietici attraverso la Germania orientale, poteva essere fermata prima che i carri arrivassero nella Germania occidentale solo con degli ordigni atomici tattici che erano necessariamente e solo piazzabili e piazzati nel Nord-Est dell’Italia. Quindi se non si poteva fermare con armi atomiche nucleari tattiche l’avanzata dell’esercito sovietico verso occidente, l’Europa era persa e quindi gli americani se ne sarebbero dovuti andare dall’Europa, conseguentemente dal Mediterraneo che – teniamolo sempre presente – è l’ombelico del mondo.

Ma questo è un quadro teorico.

MESSORA: Spieghiamolo bene. Cosa c’entra Moro in questo quadro? Cosa c’entra Moro con le bombe nucleari?

GALLONI: c’entra! Perché se Moro faceva riavvicinare i comunisti al governo, si pensava che i comunisti avrebbero posto un veto all’uso di ordigni nucleari, anche nel caso di un’avanzata dei carri armati sovietici verso occidente. Ma erano scenari che gli americani fanno continuamente, non è detto che le politiche si debbano ispirare a quello.

Però c’è un fatto di cui ci sono testimonianze certe, anche della famiglia di Moro: Kissinger gliel’aveva giurata, aveva minacciato Moro di morte poco tempo prima, Moro lo aveva riferito alla famiglia e la famiglia aveva detto “ritirati dalla politica”, cosa che poi lui non aveva fatto, ma non si sa poi che cosa avesse in mente di fare dopo quel fatidico marzo 1978.

MESSORA: Quindi le Brigate Rosse in realtà avevano avuto un ruolo…

GALLONI: Dobbiamo distinguere le prime Brigate Rosse, per capirci quelle di Curcio, che erano un fenomeno promanante dall’incontro tra l’estremismo, un certo tipo di estremismo marxista-leninista, che bene o male aveva un legame col Partito Comunista, anche se lontano, e forze che tutto sommato, partigiani ed ex partigiani che avevano conservato le armi, anche perché si sapeva che dall’altra parte c’era la minaccia; tutti gli anni ’70, e forse anche prima, sono stati vissuti con l’idea che potesse esserci un golpe di destra, quindi partigiani ed ex partigiani avevano conservato armi, soprattutto nel nord. Quindi una certa continuità col terrorismo si può anche vedere. Le seconde Brigate Rosse, quelle che – per capirci – rapirono Moro, eccetera, invece sono fortemente collegate con i servizi, con deviazioni dei servizi, con i servizi americani, israeliani; ci sono evidenze ormai incontrovertibili su questa lettura.

Torniamo all’industria. Il problema qual è? Il problema è che in pratica il gioco è: quanto e come ci avviciniamo all’Europa, quanto e come sviluppiamo l’economia italiana, che già appunto era arrivata a livelli, come abbiamo detto, di eccellenza. Allora ci sono due strategie, fondamentalmente. C’è la strategia più moderata che vuole l’Europa e che faceva capo anche a Moro, ma che faceva capo anche a Paolo Baffi, governatore della Banca d’Italia, e ad altri personaggi del mondo economico e finanziario italiano, e poi invece emerge una posizione più estremista, pro Europa, che praticamente fa propria l’idea che si debba combattere la classe politica corrotta e clientelare e tutte le sue espressioni facenti capo fondamentalmente alla Democrazia Cristiana e ai suoi partiti alleati, compreso il Partito Socialista, e che per questo si debbano anche cedere porzioni di sovranità, e si comincia con la sovranità monetaria.

MESSORA: Ma chi si faceva propugnatore di questa tesi?

GALLONI: Intanto era cambiata la dirigenza della Banca d’Italia ed era passata la linea, diciamo, più estremista sull’Europa, facente capo a Carlo Azeglio Ciampi. Poi la sinistra democristiana era divisa tra la sinistra sociale, che faceva capo a Donat-Cattin, che era su posizioni euromoderate, e la sinistra politica, che faceva capo a De Mita e soprattutto a Beniamino Andreatta, che invece era su posizioni euroestremiste e giustificavano questa rinuncia alla sovranità monetaria, cioè alla possibilità dello Stato di fare investimenti pubblici produttivi, per impedire alla classe politica stessa, corrotta e clientelare, di avere potere. Quindi per sottrarre potere alla classe politica, si cominciò a rinunciare alla sovranità monetaria, quindi agli investimenti pubblici. Quindi la classe politica poi si trovò ad occuparsi solo di nomine, di poltrone, eccetera, perché non c’era più da discutere gli investimenti pubblici che ormai dovevano minimizzarsi. Degli investimenti pubblici la componente più importante era sicuramente quella riguardante le partecipazioni statali, l’energia, i trasporti e via dicendo, dove l’Italia stava primeggiando a livello mondiale.

MESSORA: Mario Monti era molto vicino a De Mita, quindi potremmo dire che già da allora era un euroestremista.

GALLONI: Di Monti mi ricordo la posizione sulla scala mobile, che era stata considerata interessante da Donat-Cattin, però poi, per il resto, era sicuramente un rappresentante della scuola monetarista, non era un keynesiano. I keynesiani si stavano abbandonando. Anche Andreatta, pur essendo stato un keynesiano, era entrato in quella che noi chiamiamo “la corrente neo-keynesiana”, li chiamiamo anche “keynesiani bastardi”, di cui il maggior rappresentante era il premio Nobel Modigliani, i quali proponevano appunto questo passaggio rispetto alla moneta che impedisse alla classe politica di decidere investimenti in infrastrutture per lo sviluppo industriale, per lo sviluppo del paese. Ecco, questo è stato un errore cruciale che ha determinato poi l’esplosione dei tassi di interesse e quindi del debito pubblico, ma soprattutto l’accorciamento di orizzonte delle imprese industriali che assumevano sempre di meno perché dovevano valutare il profitto immediato e non potevano stare a fare grandi progetti industriali. Quindi quello che accadde per gli investimenti pubblici, accadde anche per gli investimenti privati, a causa degli alti tassi di interesse.

Io negli anni ’80 feci una ricerca che dimostrava che i 50 gruppi più importanti pubblici e i 50 gruppi più importanti privati facevano la stessa politica, cioè investivano la metà dei loro profitti non in attività produttive ma nell’acquisto di titoli di Stato, per la semplice ragione che i titoli di Stato italiani rendevano tantissimo e quindi si guadagnava di più facendo investimenti finanziari invece che facendo investimenti produttivi. Questo è stato l’inizio della nostra deindustrializzazione.

Il passaggio successivo però è molto più grave e riguarda appunto il periodo che va dalla fine degli anni ’80 all’inizio delle privatizzazioni.

MESSORA: Ci arriviamo. Ci spieghi però, a noi che non siamo economisti, come si lega questa nuova politica monetarista con l’esplosione dei tassi di interesse? Questo passaggio tecnico ce lo spieghi un po’?

GALLONI: Fino al 1981 la Banca d’Italia, se un’emissione di obbligazioni pubbliche che servivano per ottenere moneta da parte dello Stato non veniva completamente coperta, comprava lei il restante, quindi era la compratrice di ultima istanza, come diceva il mio maestro Federico Caffè. Questo faceva sì che se l’emissione avveniva a un tasso di interesse basso, mettiamo del 3%, e una parte non veniva comprata proprio perché il rendimento era basso, la Banca d’Italia comprava quello che avanzava e quindi emetteva moneta.

Con il divorzio tra Tesoro e  Banca d’Italia, era data alla Banca d’Italia la facoltà di non essere obbligata… Sembra un po’ un gioco di parole però, in fondo, lo stesso divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, di cui stiamo parlando, non è che obbligava la Banca d’Italia a non comprare titoli, le dava la facoltà di non farlo e la pratica, voluta da Carlo Azeglio Ciampi, fu di applicare questo divorzio in modo letterale. Per la cronaca, ricordo che l’Inghilterra aveva le stesse regole, perché noi copiammo quelle, ma non le praticava. Cioè la Banca d’Inghilterra, quando serviva, stampava sterline a gogò, mentre la Banca d’Italia si irrigidì su quella facoltà che le era stata riconosciuta attraverso una semplice lettera del Ministro del Tesoro Beniamino Andreatta, e quindi la parte di emissione obbligazionaria che non veniva coperta, causava un aumento del tasso di interesse finché non si piazzava questo residuo, ma poi questo tasso di interesse andava ad essere applicato su tutta l’emissione della mattinata. Quindi in questo modo c’è stata una rincorsa dei tassi di interesse verso l’alto.

In effetti io feci un appunto e ci fu una discussione col Ministro del Tesoro, in cui dimostrai oltre ogni ragionevole dubbio, applicando semplicissimi tassi di capitalizzazione – come sanno tutti gli economisti – che il debito pubblico sarebbe raddoppiato e avrebbe superato il Pil. Addirittura mi dissero che il debito pubblico non poteva superare il Pil, se no il sistema saltava, al che io gli feci presente che non era così, perché il debito è uno stock e il Pil è un flusso. Ma avevano deciso una cosa e non volevano più cambiarla, non accettavano né le critiche di Federico Caffè né quelle di Paolo Leon, figuriamoci le mie! Per cui poi litigammo e io andai via da quella amministrazione. E siamo a metà degli anni ’80. Il peggio deve ancora arrivare.

MESSORA: Lo scopo era soltanto quello nobile di sottrarre alla politica la gestione dei soldi e quindi andare verso un’Europa che avrebbe potuto salvarli in qualche maniera, o c’era anche sotto una strategia che poi avrebbe portato al nostro processo non solo di deindustrializzazione ma anche di privatizzazione? Qual è  stata la road map successiva?

GALLONI: Nel mio ultimo libro “Chi ha tradito l’economia italiana”, infatti, affronto questo problema e identifico due tipi di personaggi, cioè quelli che in buona fede volevano fare i salvatori della patria, come hai ricordato tu, ma anche quelli che traguardavano nella possibilità di una svendita delle partecipazioni statali, nelle privatizzazioni – allora si chiamavano dismissioni – la possibilità di fare immensi profitti, come fu. Quindi c’è stata anche una parte di questa componente, diciamo così, anti-statalista, anti-italiana, anti-sviluppista, che ha fatto affari strepitosi e su cui qualcuno, infatti, ha proposto una commissione di indagine parlamentare.

MESSORA: arriviamo quindi, con questo ragionamento, all’inizio degli anni ’90.

GALLONI: Sì. Diciamo che c’è il passaggio successivo. È prima dell’inizio degli anni ’90, perché all’inizio degli anni ’90 avviene il crollo del sistema monetario europeo, perché non era sostenibile per la semplice ragione che produceva tassi di interesse più alti per i paesi deboli, che quindi si indebolivano di più, e tassi di interesse più bassi per i paesi forti, che quindi si rafforzavano di più.

Ad un certo punto il sistema è saltato, ma era prevedibile. Ma noi ci dobbiamo rapportare, raccontando gli eventi, al tempo in cui accadevano, perché col senno del poi siamo tutti bravi.  Nell’89 è emerso, qualcuno aveva detto – lì entra in gioco l’oscuro funzionario, probabilmente-,  l’apice della classe politica italiana, che tutto sommato faceva capo in quel momento a Giulio Andreotti, capisce che bisogna trovare una strada un po’ diversa, perché se no si compromettono gli interessi nazionali. Tra le altre cose, quindi, mi manda un biglietto, mi scrive Giulio Andreotti e mi dice “caro dottore, vuole collaborare con noi per cambiare l’economia di questo paese?”. Al che io entusiasticamente aderisco.

Per farla breve io mi trovo al vertice del Ministero del Bilancio, che era il ministero cruciale, alla fine dell’estate del 1989. Quindi in quel momento Andreotti era più vicino alle posizioni americane e più lontano dalle posizioni europeistiche estreme. Passano poche settimane, perché dalla fine di agosto dell’89, quando io ho ripreso servizio al mio ex ministero, fino a quando praticamente vengo di nuovo estromesso, che è novembre, passano due mesi praticamente. In questi due mesi io metto mano, e si sa in giro che io sto mettendo mano, ci fu anche un mio incontro molto in tensione con Mario Monti alla Bocconi. Io stavo appunto col mio Ministro e ci fu questo scontro piuttosto forte sul problema della moneta e del debito pubblico; avevamo posizioni completamente diverse.

MESSORA: La tua qual era?

GALLONI: La mia era che praticamente si dovesse operare per abbassare i tassi di interesse in qualunque modo e dimostrai appunto che la Banca d’Inghilterra aveva lo stesso regime nostro, cioè il divorzio, ma non lo praticava, quindi quando serviva al paese stampava sterline. Questo era il problema.

MESSORA: E la sua?

GALLONI: La sua, che si dovesse andare avanti su una politica di forte europeizzazione e quindi si dovesse continuare con questo forte debito pubblico. Dopo questo incontro alla Bocconi in effetti si scatena l’inferno, perché arrivano pressioni dalla Banca d’Italia, dalla Fondazione Agnelli, dalla Confindustria e vengo a sapere che persino un certo Helmut Kohl aveva telefonato al Ministro del Tesoro Guido Carli per dire “c’è qualcuno che rema contro il nostro progetto”, adesso le parole le ho ricostruite in base a delle testimonianze dirette, però vengono fatte pressioni sul mio Ministro affinché io venga messo da parte, cosa che avviene nel giro di un pomeriggio, nel senso che io ottengo dal Ministro la verità, mi rivela la verità, la scriviamo su un pezzo di carta perché lui temeva ci fossero dei microfoni, gli faccio vedere questo pezzetto di carta, dico “ci sono state pressioni anche dalla Germania sul Ministro Carli perché io smetta di fare quello che stiamo facendo?” e lui mi fece di sì con la testa. Per cui ho mantenuto rispetto per questa persona, però me ne sono andato.

Che cosa era successo? Che fino all’estate del 1989 Andreotti era contrario alla riunificazione tedesca e questo fatto impediva qualunque progresso, ovviamente, perché la Germania voleva fare la riunificazione.

MESSORA: e ci fu quella famosa battuta.

GALLONI: sì, sì. Infatti in quei tempi ad Andreotti chiesero “ma lei ce l’ha tanto con la Germania?”, dice “no, io amo la Germania. Anzi, la amo talmente tanto che mi piace che ce ne siano addirittura due!”. Questa era la frase.

Passano appunto pochi mesi e invece la Germania, pur di ottenere la riunificazione, si mette d’accordo con la Francia per rinunciare al marco, che era quello che faceva paura alla Francia. Però perché questo accordo tra Kohl e Mitterand regga, occorre deindustrializzare l’Italia e indebolire l’Italia. Perché se  no che fanno? Si passa a una moneta unica e l’Italia poi…

MESSORA: che stava fiorendo.

GALLONI: stava già perdendo colpi l’industria italiana, da vari punti di vista, però era una situazione ancora di dominio del panorama manifatturiero internazionale. Eravamo la quarta potenza che esportava. Voglio dire, eravamo qualcosa di grosso dal punto di vista industriale e manifatturiero. Bastavano alcuni interventi, bisognava riprendere degli investimenti pubblici e cose del genere. Dopodiché, ovviamente, si entra nella stagione delle privatizzazioni spinte, negli anni ’90, in cui praticamente quasi scompare la nostra industria a partecipazione statale.

MESSORA: Quindi decidono la deindustrializzazione. Dopodiché c’è qualcuno che si attiva.

GALLONI: Sì. La deindustrializzazione significa che non si fanno più politiche industriali. Non ci dimentichiamo che poi c’è stato un periodo in cui Bersani era Ministro dell’Industria, in cui, diciamolo, teorizzò che non servivano le strategie industriali. Adesso sta dicendo il contrario, ma poteva pensarci pure prima. Per dirne una. Non si fanno politiche per le infrastrutture. Questo è importante, perché è un paese che è molto lungo, quindi è costoso trasportare le merci da sud a nord, mentre il nord è già in Europa dal punto di vista geografico e infrastrutturale, il centro e il sud sono lontani, quindi potenziare le infrastrutture sarebbe stato strategico.

Poi, alla fine degli anni ’90, si introduce la banca universale, quindi la possibilità per la banca di occuparsi di meno del credito all’economia e di occuparsi di più di andare a fare attività finanziarie e speculative che poi avrebbero prodotto solo dei disastri, come sappiamo.

MESSORA: La fine del Glass-Steagall Act.

GALLONI: Sì, esatto. Poi la mancanza di strategie efficaci della stessa FIAT, dell’industria privata. Ripeto, in quegli anni la Confindustria era solo presa dall’idea di introdurre forme di flessibilizzazione sempre più forti – che poi avrebbero prodotto la precarizzazione – aumentare i profitti, quindi una visione poco profonda di quello che è lo sviluppo industriale, quindi perdita di valore delle imprese, perché le imprese guadagnano di valore se hanno prospettive di profitto che dipendono dalle prospettive di vendita. Questo è l’ABC. Se invece difendono il profitto oggi perché devono realizzare e devono portare ai proprietari una certa redditività ma poi, voglio dire, compromettono il futuro di un’azienda, questa perde di valore.

MESSORA: Si narra di questo incontro sul Britannia. Qual è stato il ruolo anche dell’Inghilterra, secondo te?

GALLONI: L’Inghilterra non è che avesse un interesse diretto all’indebolimento dell’Italia nel Mediterraneo, ma ha una strategia complessiva in Africa e in Medio Oriente, che ha sempre teso ad aumentare i conflitti, il disordine, e c’è la componente che fa capo alla corona, di cui sono espressione anche alcuni movimenti ambientalisti, che poi si debba puntare a una riduzione drastica della popolazione del pianeta; quindi è contraria ad ogni politica che invece favorisca lo sviluppo così come lo intendiamo comunemente.

MESSORA: Quindi è vero che sul Britannia si presero delle decisioni?

GALLONI: Qui dobbiamo capirci. Allora, Bilderberg, Britannia, il Gruppo dei 30, dei 10, gli Illuminati di Baviera, sono tutte cose vere. Gente che si riunisce, come certi club massonici, e decidono delle cose. Ma non è che le decidono perché veramente le possono decidere, è perché non trovano resistenza da parte degli Stati. L’obiettivo è quello di togliere di mezzo gli Stati nazionali allo scopo di poter aumentare il potere di tutto ciò che è sovranazionale, multinazionale e internazionale in questo senso. Dopodiché è ovvio che se gli Stati sono stati indeboliti o addirittura nei governi ci sono rappresentanti di questi gruppi, che siano il Britannia, il Bilderberg, gli Illuminati di Baviera, eccetera, negli Stati Uniti d’America c’era la Confraternita dei Teschi, di cui facevano parte padre e figlio Bush, che sono diventati presidenti degli Stati Uniti. E’ chiaro che dopo questa gente risponde a questi gruppi che li hanno, bene o male, agevolati nelle loro ascese.

MESSORA: Quindi alla fine decidono.

GALLONI: Ma perché dall’altra parte è mancata, da parte dei cittadini e degli Stati, una seria resistenza. Quindi praticamente questi dominano la scena.

MESSORA: Quindi non è colpa di questi ma è colpa di chi non si oppone abbastanza.

GALLONI: Questi si riuniscono, decidono delle cose, però rimangono lì. Ci sono sempre stati i circoli dei notabili che hanno deciso delle cose. Mica è detto che siano riusciti sempre a farle!

MESSORA: Però in questo caso ci sono riusciti.

GALLONI: In questo caso ci sono riusciti perché non hanno trovato resistenza.

MESSORA: Quindi è colpa nostra.

GALLONI: Beh, sì, un po’ sì, secondo me.

MESSORA: L’ignavia del cittadino che non rivendica il potere.

GALLONI: Sì. Ad esempio l’idea montiana che l’aumento della base monetaria produca inflazione è stato ciò che ha consentito di attrarre anche i sindacati in un’area di consenso per quelle riforme sbagliate che si sono fatte a partire dal 1981, quando invece si è dimostrato, anche in tempi recenti, che l’emissione e l’autorizzazione di mezzi monetari per migliaia, decine di migliaia di dollari e di euro non ha prodotto l’iper inflazione. Quindi evidentemente è qualcos’altro che genera l’inflazione, non è la quantità di moneta. La quantità di moneta può influire sui tassi di interesse attraverso le tensioni della domanda di essa, ma non è che influiscano direttamente sull’inflazione. Certo, paradossalmente potrebbe essere il contrario: se la moneta è poca e i tassi di interesse aumentano, quelli hanno effetti sui livelli dell’inflazione.

MESSORA: Quindi l’ignoranza degli attori sociali è stata o anche un certo tornaconto?

GALLONI: Una cosa non esclude l’altra. Diciamo che quelli che volevano avere un certo tornaconto facevano leva sull’ignoranza dei fatti monetari, dei partiti, dei sindacati, della classe dirigente e anche una certa scomparsa della scuola keynesiana dovuta a vari fattori anche oscuri.

MESSORA: Quindi privatizzazioni. Anni ’90. Cosa succede poi?

GALLONI: Dopo gli anni ’90 la situazione praticamente comincia a precipitare quando inizia questa crisi, che è il 2001. Quando gli operatori di borsa si accorgono che anche i titoli che avevano tirato fino a quel punto, e-commerce, e-economy, prodotti avanzati, eccetera, non danno più rendimenti crescenti, allora cominciano a svendere e comincia la speculazione al ribasso. In quelle condizioni le banche, che avevano preso grandi impegni coi sottoscrittori dei loro titoli, perché erano diventate, come ho ricordato prima, universali, per garantire questi rendimenti fanno operazioni di derivazione. Le operazioni di derivazione sono tipo catene di Sant’Antonio: tu acquisisci denaro per dare i rendimenti e quindi posticipi la possibilità di dare i rendimenti agli ultimi che ti hanno affidato delle somme. Questa cosa, si è fatta nel giro di due o tre mesi, perché dopo c’era la ripresa, era sempre stata fatta dalle banche, è un’operazione tecnica, diciamo così. Quindi di tre mesi in tre mesi si diceva che arrivava la ripresa. Centri studi, economisti, osservatori, studiosi, ricercatori, tutti sui loro libri paga, prevedevano di lì a tre mesi, di lì a sei mesi, la ripresa. Non si sa perché. Perché le politiche economiche volute per esempio da Bush, tipo la riduzione delle tasse, erano chiaramente politiche che non avrebbero risolto il problema della crescita. Poi tutte queste guerre americane, speculazioni, vanificavano la potenza di un dollaro che se fosse stato destinato a investimenti produttivi, alla ricerca, alle infrastrutture, eccetera, probabilmente avrebbe creato una situazione accettabile. Invece non si faceva niente di tutto questo, non si avviavano gli investimenti produttivi pubblici, perché i privati non investono se non c’è prospettiva di profitto; come avviene in borsa così avviene nell’economia reale.

Quindi siamo andati avanti anni e anni con queste operazioni di derivazione, emissione di altri titoli tossici. Finché si è scoperto, intorno al 2007, che il sistema bancario era saltato, nel senso che nessuna banca prestava liquidità all’altra, sapendo che l’altra faceva le stesse cose che faceva lei stessa, cioè speculazioni in perdita. La massa dei valori persi dalle banche sui mercati finanziari superava, per la prima volta, la massa di quello che le famiglie, le imprese e la stessa economia criminale mettevano dentro il sistema bancario. Di qui la crisi di liquidità che deriva da questo, cioè che le perdite superavano i depositi e i conti correnti.

A questo punto è intervenuta la FED e ha cominciato a finanziare le banche, anche europee, nelle loro esigenze di liquidità. La FED ha emesso, dal 2008 al 2011, 17 mila miliardi di dollari, cioè  più del Pil americano, più di tutto il debito pubblico americano, ha autorizzato o immesso mezzi monetari in qualche modo e poi ha chiesto all’Europa di fare altrettanto. L’Europa alla fine del 2011 ha offerto qualche resistenza e poi, anche con la gestione di Mario Draghi, ha fatto il “quantitative easing”, cioè dare moneta illimitatamente per consentire alle banche di non soffrire di questa crisi di liquidità derivante dalle perdite che superano nettamente le entrate. Ovviamente l’economia è sempre più in crisi, quindi i depositi che seguono gli investimenti produttivi sono sempre di meno e le perdite, invece, sono sempre di più.

Allora il problema qual è? Perché continua questo sistema? Questo sistema continua per due ragioni. La prima è che chi è ai vertici delle banche, e lo abbiamo visto anche al Monte dei Paschi, guadagna sulle perdite. Perché non guadagna su quello che sono le performance, come sarebbe logico, ma guadagna sul numero delle operazioni finanziarie che si compiono, attraverso algoritmi matematici, sono tantissime nell’unità di tempo. Quindi questa gente si porta a casa i 50, i 60 milioni di dollari e di euro, scompare nei paradisi fiscali e poi le banche possono andare a ramengo. Non vanno a ramengo perché poi le banche centrali, che sono controllate dalle stesse banche che dovrebbero andare a ramengo, le riforniscono di liquidità.

MESSORA: Non solo le banche centrali, anche i governi.

GALLONI: Sì, ma sono le banche centrali che autorizzano i mezzi monetari.

MESSORA: Ma i Monti bond? Chi ce li ha messi i soldi?

GALLONI: Sì, però i debiti pubblici sono bruscolini. Nel caso delle perdite delle banche stiamo parlando di decine di trilioni di dollari e di euro.

MESSORA: Sì, questo non lo discuto. Però quello che abbiamo dato di Monti bond, alla fine si sarebbe risparmiata forse l’IMU agli italiani. Per cui sulle singole famiglie questo discorso ha valore.

GALLONI: sì, sicuramente sulle singole famiglie. Certo, avremmo potuto risparmiarci l’IMU invece che darli al Monte dei Paschi. Però è una piccola cosa rispetto ai 3-4 quadrilioni di titoli tossici che oggi sono in giro per il mondo.  Sono tremila, quattromila trilioni. Un trilione sono mille miliardi. Quindi stiamo parlando di grandezze stratosferiche. Siccome le perdite si aggirano sul 10%, mediamente, che è quello che ovviamente questi titoli non rendono, avremmo bisogno a regime non di qualche decina di trilioni, come hanno dato oggi le banche centrali alle banche, ma praticamente dai 300 ai 400 trilioni di dollari. Cioè in pratica stiamo parlando di 6 volte il Pil mondiale. Sono cose spaventose.

MESSORA: Quindi come se ne esce adesso?

GALLONI: Se ne esce con un accordo tra gli Stati, Cina, India, Stati Uniti d’America, possibilmente Europa e qualcun altro, che congelano tutta questa massa, la garantiscono, la trasformano invece in mezzi monetari che servano per lo sviluppo. Quindi a quel punto poi il problema diventerebbe la capacità di progettare infrastrutture, voli su Marte, acchiappare gli asteroidi per farne delle miniere, voglio dire, se ci vogliamo allargare. Se ci sono queste capacità progettuali, industriali, produttive, forze disoccupate, eccetera, noi ne usciamo. Diversamente la teoria ci porta a pensare che potrà esserci una grande botta iperinflattiva che cancellerà tutti i debiti.

MESSORA: Traduci per i non capenti.

GALLONI: Allora, dai debiti si esce in vari modi. Primo, perché si hanno dei redditi che consentono di ripagare in qualche modo i debiti, e questa è la via maestra, quindi non ci si dovrebbe mai indebitare per somme che si sa che non si possono ripagare attraverso i nostri redditi; e questa sarebbe la regola numero uno. Quindi il debito non è un male, il debito è un bene se tu hai il reddito  (nel caso degli Stati il Pil) sufficiente per poi fronteggiare la situazione. C’è la remissione del debito, che è una possibilità anche parziale che io ho sollevato in una mia ricerca sulle banche italiane anni fa, quando ci fu la crisi del 2007-2008, che tutto sommato agevolerebbe anche le banche e ci metterebbe tutti in condizione di avere fondamentalmente, per 8 anni, un 5% in più di reddito, riducendo del 40% i crediti delle banche; questa è un’altra possibilità. E poi c’è l’inflazione che praticamente, se non ci sono indicizzazioni, si mangia il debito, perché decresce il valore della moneta e conseguentemente decresce l’importanza del debito. Queste sono le strade che si possono aprire a livello operativo nei confronti della gestione del debito.

MESSORA: A livello nazionale? Per esempio andrebbe bene per l’Italia o parli a livello europeo?

GALLONI: A livello nazionale c’è appunto chi parla di varie misure riguardanti il debito pubblico. In realtà la cosa migliore sarebbe riprendere il percorso della crescita e quindi minimizzare l’importanza del debito rispetto alla ricchezza nazionale. Non ci dimentichiamo che le ricchezze pubbliche e private in Italia sono 10 volte il Pil, quindi ovviamente ce n’è, non è che non riusciremmo a ripagare il debito. Però il debito non è che si deve ripagare, come credono alcuni, il debito sta lì. L’importante è ridurre i tassi di interesse e che i tassi di interesse siano più bassi dei tassi di crescita, allora non è un problema. Questo è il modo sano di affrontare il tema del debito pubblico. Diversamente può succedere, come è successo in Grecia, che per 300 miseri miliardi di euro poi se ne perdano a livello europeo 3.000 nelle borse. Allora ci si interroga: ma questa gente si rende conto che agisce non solo contro la Grecia ma anche contro gli altri popoli e paesi europei? Ma chi comanda effettivamente in questa Europa si rende conto? Oppure vogliono obiettivi di questo tipo per poi raggiungere una sorta di asservimento dei popoli, di perdita ulteriore di sovranità degli Stati per obiettivi poi fondamentalmente, come è stato in Italia con le privatizzazioni, di depredazione, di conquista di guadagni senza lavoro?

MESSORA: Adesso c’è un altro ciclo di privatizzazioni. Sembra che ci stiamo avvicinando a quello.

GALLONI: Il problema delle privatizzazioni è anche quello dei prezzi di vendita. Perché se ovviamente, come è successo negli anni ’90, ci si aggirava intorno ai valori di magazzino, voi capite di che truffa stiamo parlando. È chiaro che se poi i prezzi di vendita fossero troppo alti, nessuno comprerebbe. Bisogna trovare una via di mezzo. Ma in realtà bisognerebbe cercare di ragionare sulle capacità strategiche e sul mantenimento di poli pubblici di eccellenza che servissero per rilanciare la ricerca, il campo dell’acquisizione delle migliori tecnologie per il trattamento dei rifiuti, che per esempio in Italia avrebbe delle prospettive enormi. Non ci dimentichiamo che in Italia siamo depositari di due brevetti fondamentali, uno è dell’Italgas e l’altro dell’Ansaldo, per produrre degli apparati relativamente piccoli che consentono al chiuso, quindi senza emissioni, di trasformare i rifiuti in energia elettrica e in altri sottoprodotti utili per l’agricoltura e per l’edilizia.

MESSORA: E dove stiamo andando in Europa, in questo momento?

GALLONI: Io avevo identificato una spaccatura di impostazione, anche al momento in cui Monti era diventato Presidente del Consiglio dei Ministri, tra le posizioni americane e le posizioni europee. In Europa si diceva “lacrime e sangue. Prima il risanamento dei conti pubblici e poi lo sviluppo”. Questa strada si sa che è impossibile, perché tu non puoi fare il pareggio di bilancio o perseguire obiettivi ancora più ambiziosi se non c’è la ripresa. In condizioni di ripresa è facile ridurre la spesa pubblica, ma in condizioni recessive ridurre la spesa pubblica significa far aumentare la recessione con conseguenze sulle entrate e sulle uscite.

MESSORA: ma è possibile, secondo te, che questi non lo sanno?

GALLONI: Ma bisogna vedere quali sono i loro obiettivi.

MESSORA: Quali sono?

GALLONI: E che ne so quali sono i loro obiettivi?

MESSORA: Si possono immaginare?

GALLONI: Sono obiettivi anche di asservimento dei popoli, chiaramente. Mentre la posizione americana era una posizione di sviluppo, cercando di non peggiorare i conti pubblici, che già è una versione possibilista. Ma non è la concezione né di Monti né della Merkel né del polo europeo, chiaramente. Quindi al momento le uniche speranze sono quelle di una politica nuova che reintroduca la Glass-Steagall, che riproponga la sovranità monetaria a livello europeo o se no si torni alle valute nazionali o al limite alla doppia circolazione, che sarebbe assolutamente sostenibile.

MESSORA: Valuta nazionale più euro?

GALLONI: Sì. Terza cosa da fare è un gestione diversa dei debiti pubblici, tranquillizzante, perché ci sono tanti altri modi per gestire i debiti pubblici. In parte qualcosa, addirittura, è stato anticipato da Draghi che è intervenuto sul mercato secondario raffreddando gli spread. Quindi praticamente forse Draghi ha fatto una retromarcia rispetto alle decisioni dell’inizio degli anni ’80 dei cosiddetti divorzi tra governi e banche centrali. Poi in Italia dobbiamo assolutamente riposizionare la pubblica amministrazione. Oggi è piazzata in modo di creare un’alleanza tra irregolari e criminali. Questo ci porta a una sconfitta. La pubblica amministrazione si deve piazzare in un altro modo, si deve piazzare tra gli irregolari e i criminali. I criminali li deve trattare come meritano, con gli irregolari, invece, deve avere tutto un altro atteggiamento, cioè deve essere la stessa pubblica amministrazione che deve realizzare gli adempimenti previsti dalle normative e quando c’è scontro, perché spesso c’è scontro tra norma e diritto, tra norma e buonsenso, tra norma ed equità, il funzionario pubblico deve essere messo in condizioni di scegliere il diritto, l’equità e il buonsenso e vedere di tutelarsi rispetto alla arida applicazione della norma. Se non si fa questo non si va da nessuna parte. E poi, quello che è forse più importante e che riassume un po’ tutto, dobbiamo acquisire quelle strepitose tecnologie oggi a disposizione dell’umanità, che rimetteranno in gioco tutti gli equilibri geopolitici a livello internazionale e a livello locale, ma che sono la nostra più grande speranza per l’ambiente e per lo sviluppo, per esempio tutte le tecnologie di trasformazione e di trattamento dei rifiuti solidi urbani. Ci sono, ripeto, delle tecnologie, alcune sono già applicate, ad esempio a Berlino si stanno applicando. Tu vai a conferire i tuoi rifiuti e ti danno dei soldi, poi ricevi energia gratis, non inquini, non ci sono i cassonetti per strada, non ci sono i mezzi comunali o municipali che intralciano il traffico per trasportare l’immondizia, non ci sono cattivi odori, non ci sono emissioni nocive. Questo è fondamentale. L’azzeramento delle emissioni genotossiche e la limitazione di quelle tossiche nell’ambito dei parametri internazionali.

MESSORA: Facciamo un ragionamento sullo scenario geopolitico globale. Spiegaci come si bilanciano gli interessi degli Stati Uniti e quelli dell’Europa con quelli della Cina, se questi Stati Uniti d’Europa convengono oppure no agli Stati Uniti, se c’è una pressione, secondo te, da parte loro e in che modo la Cina può influire in questo processo, se è un influsso positivo o negativo. Lanciamoci in queste speculazioni.

GALLONI: Diciamo che dopo Kennedy gli Stati Uniti sono sempre più risultati preda dei britannici. È lì che c’è un nodo fondamentale da sciogliere. Peraltro gli Stati Uniti hanno drammaticamente cercato, in determinate situazioni regionali, come può essere la più importante il Mediterraneo, dei partner adeguati. L’Italia questa partita non se l’è saputa giocare dopo la caduta del muro di Berlino, per le ragioni che dicevamo all’inizio. La Cina si sta avvicinando agli Stati Uniti d’America sotto certi profili, ma è ancora lontanissima sotto altri profili. Non dobbiamo neanche sopravvalutare certi comparti manifatturieri, che se anche fossero totalmente ceduti alla Cina e all’India – ma c’è anche il Brasile, c’è anche il Sud Africa, ci sono tante altre realtà emergenti nel pianeta – non sarebbe un dramma. Il problema è che noi abbiamo un futuro, ad esempio nei nostri rapporti con la Cina, se capiamo che non dobbiamo andare lì in Cina per fare un business qualunque, ma se capiamo che cedendo anche parti delle nostre produzioni industriali e manifatturiere, otteniamo però una maggiore penetrazione rispetto ai nostri prodotti di qualità, di eccellenza, perché non ci dimentichiamo che stiamo confrontando un mercato di 60 milioni di persone con un mercato che è 20 volte più grande. Quindi è chiaro che se noi rinunciamo a qualche cosa, ma riusciamo anche ad esportare un po’, quel po’ moltiplicato per la domanda che in questo momento sta crescendo, ci dà tutto un altro risultato.

Però della Cina parlerei da un altro punto di vista. All’ultimo congresso del Partito Comunista Cinese è stato deciso un grande cambiamento di rotta, cioè di puntare di più sulla crescita della domanda interna e di meno sulle esportazioni. Questo potrebbe essere l’inizio della fine della cosiddetta globalizzazione. Non ci dimentichiamo che la globalizzazione è il sistema che premia il produttore peggiore, quello che paga di meno il lavoro, quello che fa lavorare i bambini, quello che non rispetta l’ambiente, quello che non rispetta la salute. Questa è la causa principale delle crisi che stiamo vivendo: che invece di premiare il produttore migliore, abbiamo premiato il produttore peggiore. Questo ha danneggiato le industrie europee e soprattutto l’industria italiana, chiaramente. E non solo l’industria, anche l’agricoltura.

MESSORA: Perché si demanda la questione della tutela dei diritti oltre il confine, dove non c’è un controllo.

GALLONI: Si deve rimettere in piedi l’economia, nel senso che deve avere tutta la sua importanza l’economia reale. L’economia reale deve avere una finanza che la aiuta. Poi se c’è un’altra finanza che va a fare disastri da qualche altra parte, che non influiscano sull’economia reale, sulla vita dei cittadini. Questo deve essere il primo punto che corrisponde alla reintroduzione della legge Glass-Steagall in pratica. Per questo possono essere utili le doppie e le triple circolazioni monetarie, le monete complementari e addirittura la reintroduzione di monete nazionali, pure in presenza di una moneta internazionale.

MESSORA: Ma per scontrarsi o per far fronte alla Cina è necessario avere gli Stati Uniti d’Europa o basta anche il piccolo guscio di noce italiano, come alcuni dicono?

GALLONI: Io non penso che ci si debba scontrare o frenare la Cina. Bisogna avere delle strategie industriali, e non solo industriali, in grado di difendere i nostri interessi, i nostri valori, i nostri principi, le nostre vocazioni. Dopodiché ci si confronta con i cinesi e si vede quali sono le sinergie che possono essere messe in campo. Si deve fare un discorso di carattere strategico, secondo me.

MESSORA: Ma la politica di Nino Galloni quale sarebbe? Uscire dall’euro e recuperare sovranità monetaria o puntare sul “più Europa”?

GALLONI: A me interessa che ci siano spese in disavanzo, perché se c’è crisi, se c’è disoccupazione è un crimine puntare al pareggio di bilancio. Ovviamente se gli Stati hanno pareggio di bilancio, è possibile che l’Europa faccia gli investimenti in disavanzo, e allora mi sta benissimo l’euro.

MESSORA: Cosa che non c’è.

GALLONI: Cosa che non c’è, ma è il terzo passaggio che potrebbe essere favorito dalla gestione Draghi. Io non lo escludo. Perché chi immaginava che avrebbero dato mezzi monetari illimitatamente alle banche? Chi immaginava che sarebbero intervenuti per raffreddare gli spread acquistando i titoli pubblici sui mercati? Adesso il terzo e ultimo passaggio è quello di accettare di autorizzare mezzi monetari per la ripresa, per lo sviluppo, per gli investimenti produttivi. L’importante però è che questo non avvenga in una logica di quantitative easing. Cioè la politica monetaria sbagliata può impedire lo sviluppo, ma la politica monetaria giusta non produce lo sviluppo. Cioè la moneta è una condizione necessaria, ma non sufficiente dello sviluppo.

Quindi non basta approntare mezzi monetari a gogò e allora si acchiappa lo sviluppo. Questa è una visione di tipo liberista riguardante le emissioni monetarie. In realtà bisogna fare dei progetti di infrastrutture, di ricerca, di ripresa industriale, di salvaguardia della salute e degli interessi dei cittadini e soprattutto dell’ambiente, e sulla base di queste grandi strategie approntare i mezzi monetari che certamente non sarebbero scarsi. Quindi se io dovessi ripetere i miei punti fondamentali, immediati: una legge che ripristini la netta separazione tra i soggetti che fanno speculazioni finanziarie sui mercati internazionali dai soggetti che devono fare credito all’economia. Perché la prima cosa è il credito, la più grande componente della moneta, il 94% della moneta è credito.

Poi il discorso della sovranità monetaria, come ho detto prima. O gli Stati o l’Unione Europea devono fare spese in disavanzo per acchiappare la ripresa. Una diversa gestione dei debiti pubblici, che è possibile, un diverso posizionamento della pubblica amministrazione, perché il cittadino deve vedere un amico nello Stato, nella pubblica amministrazione, quindi fermare anche questo progetto di polizia europea senza controlli che potrebbe compiere qualunque azione senza dover rispondere a nessuna autorità.

MESSORA: Eurogendorf con base in Italia a Vicenza.

GALLONI: Quinto: acquisizione di tutte quelle grandi tecnologie che oggi sono a disposizione dell’umanità per migliorare veramente le condizioni di vita di tutti.

MESSORA: L’ultima domanda. Tedeschi cattivi? Amici o buoni?

GALLONI: I tedeschi sono posizionati nella storia e nella geografia in modo di doversi in qualche modo espandere. Se devono assumere una posizione di leader, devono anche accettare di rivedere le proprie politiche estere. Quindi un paese che voglia essere leader, come sono stati gli Stati Uniti d’America, importano più di quello che esportano. Se i tedeschi non accettano di importare più di quello che esportano, non possono neanche pretendere di essere leader.

Claudio Messora
Fonte: www.byoblu.com
Link: http://www.byoblu.com/post/2013/04/29/nino-galloni-come-ci-hanno-deindustrializzato.aspx
29.04.2013

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La eroina afgana, una produzione ‘40 volte superiore’ dall’inizio dell’invasione NATO

La produzione di eroina in Afghanistan è aumentata di quaranta volte da quando la NATO ha iniziato la sua “guerra al terrore”, nel 2001, ha dichiarato il capo del Servizio Federale Russo di Controllo della Droga, aggiungendo che oltre un milione di persone sono morte per eroina da allora.

“L’eroina afgana ha ucciso più di un milione di persone in tutto il mondo da quando è cominciata l’operazione ‘Enduring Freedom’, e più di un trilione di dollari provenienti dalla vendita di droga sono stati investiti nella criminalità organizzata transnazionale”, ha rivelato Viktor Ivanov ad una conferenza sulla situazione della droga in Afghanistan. Ivanov ha sottolineato che il principale fattore d’instabilità nel paese devastato dalla guerra rimane la prospera industria dell’eroina. “Ogni osservatore imparziale deve ammettere il triste fatto che la comunità internazionale non è riuscita a frenare la produzione di eroina in Afghanistan dall’inizio delle operazioni della NATO”. Nel suo intervento alla 56ª sessione della Commissione sugli Stupefacenti presso le Nazioni Unite a Vienna, l’11 marzo, ha affermato che la produzione di oppio è aumentata del 18 per cento, da 131.000 a 154.000 ettari. La produzione di oppio è stata fondamentale per l’economia dell’Afghanistan da quando gli USA e la NATO l’hanno invaso nell’ottobre 2001. Poco prima dell’invasione, i talebani avevano promulgato il divieto di coltivazione del papavero da oppio, dichiarandolo contrario alle regole islamiche, diminuendone la produzione complessiva . Ma in seguito al coinvolgimento dell’Occidente, la produzione è ripresa, e ora il paese produce circa il 90 per cento dell’oppio mondiale, la maggior parte del quale finisce in Europa e in Russia. La lotta contro l’oppio afghano condotta dai funzionari degli Stati Uniti e della NATO è paradossale. Alla Commissione Stupefacenti delle Nazioni Unite a Vienna, nel mese di marzo, Ivanov ha dichiarato che, se da un lato essi stanno cercando di conquistare i cuori e le menti della popolazione locale, che dipende sempre di più dalla coltivazione del papavero da oppio per il suo sostentamento, dall’altro hanno bisogno di bloccare i finanziamenti all’insurrezione dei talebani, alimentati dalla vendita di papavero da oppio verso i mercati esteri. Circa il 15 per cento del prodotto interno lordo dell’Afghanistan dipende dalle esportazioni di droga, con un giro di affari di 2, 4 miliardi di dollari l’anno, secondo stime del 2012 delle Nazioni Unite. Il portavoce del ministro dell’Antidroga Afgana Qayum Samir ha dichiarato a Radio Free Europe il 1° aprile che 157.000 ettari di terreno sono stati coltivati a papaveri questa primavera, circa 3.000 ettari in più rispetto allo scorso anno. Samir ha dichiarato che la mancanza di sicurezza, la mancanza di governance e la povertà diffusa sono le ragioni che si celano dietro all’aumento della produzione di eroina. Mosca ritiene che le soluzioni più semplici siano le più efficaci, e che sradicare i campi di papavero del paese sia la chiave per risolvere il problema, ha sottolineato Viktor Ivanov. Ma c’è una grande differenza tra come la Russia e gli Stati Uniti considerano la soluzione del problema. “Metaforicamente parlando, invece di distruggere il covo delle mitragliatrici, consigliamo di estrarne le pallottole” ha spiegato Ivanov. “Suggeriamo di sradicare del tutto le piantagioni. Finché ci sono i campi di papavero da oppio, ci sarà il traffico”. Tuttavia, sembra che gli USA e la NATO non abbiano alcuna intenzione di sbarazzarsi delle piantagioni di papavero da oppio afgane: questa è un’evidente contraddizione dell’approccio occidentale. “Gli Stati Uniti, d’accordo col governo colombiano, sradicano 200.000 ettari di arbusti di coca l’anno. In Afghanistan solo 2.000 ettari di campi di papavero sono stati sradicati: un centesimo di quella cifra”, ha sottolineato Ivanov. E accanto al rifiuto di sbarazzarsi delle piantagioni, vi è l’interesse apparente delle banche internazionali nel “denaro sporco”. Le droghe hanno una quota nel commercio mondiale quasi più grande del petrolio e del gas, ha affermato Ivanov nella sua presentazione alle Nazioni Unite. Il comando delle Forze Antidroga Russe ha suggerito che le banche statunitensi ed europee tacitamente accolgono e “incoraggiano” l’afflusso di denaro proveniente dalla droga. Gil Kerlikovske, direttore dell’Ufficio del National Drug Control Policy presso l’ufficio esecutivo del Presidente degli Stati Uniti, ha detto a RT che “siamo in grado di intercettare e sequestrare tonnellate di stupefacenti, possiamo arrestare i trafficanti, ma il bisogno maggiore è quello di bloccare i fondi che riforniscono questo traffico”. Nel presente, la Russia propone soluzioni per migliorare lo sviluppo sociale e istituzionale in Afghanistan, discutendo il problema a livello internazionale.
Fonte: Irib

www.losai.eu

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economia / L’Europa teme il debito italiano ma lo spread scende
« il: Aprile 09, 2013, 02:39:15 pm »
L’Europa teme il debito italiano ma lo spread scende

di: Filippo Ghira

La zona del’Euro resta in preda di una recessione della quale non si vede la fine e che forse segnerà una inversione di tendenza alla fine di questo anno ma che comunque non servirà a recuperare quanto si è perso nell’ultimo quadriennio.
Le dichiarazioni del presidente della Bce, Mario Draghi, che ha confermato questa stagnazione, non hanno pesato sull’atteggiamento dei mercati finanziari e degli speculatori nei confronti dell’Italia che, da un po’ di tempo, hanno deciso di lasciare in pace i nostri Btp decennali, il cui spread con i Bund tedeschi è sceso ieri fino a 305 punti con un rendimento del 4,3%.

Tale bonaccia non può spiegarsi con le prospettive positive delle economie statunitense e giapponese. Contro i Btp lavora sia il livello del debito pubblico che è ormai sopra il 127% rispetto al Prodotto interno lordo, sia l’annunciato via libera alla restituzione di 40 miliardi di euro che le aziende vantano verso la pubblica amministrazione per la fornitura di beni e di servizi.
Una restituzione che non è stata gradita dalla Commissione europea in quanto andrebbe a vanificare gli impegni presi dal governo per ridurre progressivamente il debito pubblico e per raggiungere entro l’anno l’obiettivo del pareggio di bilancio. Una restituzione i cui primi effetti sul bilancio pubblico dovrebbero vedersi già in maggio.

Così, con la Commissione europea che potrebbe riaprire una procedura di infrazione per sforamento del livello del disavanzo e con le agenzie di rating Usa (Moody’s e Standard&Poor’s) pronte a declassare di nuovo i nostri Btp decennali c’è poco da stare allegri. I Btp, nel loro giudizio, sono attualmente appena due gradini sopra il livello di “titoli spazzatura”. Basterebbe quindi poco per provocare un fuga di massa dai Btp con un crollo del loro valore di mercato.
A questo seguirebbe un rialzo degli interessi e dei rendimenti per indurre gli investitori a comprare i titoli ma in tal modo si aggraverebbero gli impegni di spesa del Tesoro per gli anni futuri.

La relativa bonaccia che permane sull’Eurozona dipende sia dalla decisione della Bce di comprare sul mercato “secondario” titoli da uno a tre anni dei Paesi a rischio a causa del debito e del disavanzo sia del ruolo che si è assunto il fondo permanente salva Stati che potrà comprare titoli decennali quando lo spread tenda troppo al rialzo. Ma l’attenzione e la preoccupazione per l’Italia restano altissime.

E in un Paese come la Germania, che si è assunta il ruolo di prima della classe e coscienza critica dell’Unione, le prese di posizione di Angela Merkel si rivestono di un significato politico e guardano alle elezioni del 22 settembre. In una fase nella quale la recessione colpisce pure la Germania che, nel 2012, si è dovuta accontentare di una modesta crescita dello 0,8%, gli esponenti di governo non possono mostrarsi troppo accomodanti con i Paesi dell’area Sud. Quei “latini” che i tedeschi, specie quelli del Nord, vedono come lavativi con poca voglia di lavorare e con la tendenza a spendere i propri soldi e quelli altrui.

E siccome “altrui” sono i soldi dell’Unione il cui primo contribuente è la Germania, ecco che il tedesco medio pensa di stare a finanziare i latini e gli italiani. Recenti stime della Deutsche Bank hanno fatto sapere che gli italiani, pur con un sistema pubblico così indebitato, vantano una ricchezza media pro capite superiore a quella dei tedeschi. Una notizia che non può che aumentare la richiesta di misure di maggiore rigore ed austerità da imporre all’Italia che costituisce un pericolo sia per la sopravvivenza dell’euro che per il tenore di vita che i tedeschi hanno faticosamente raggiunto.

http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=20171
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=Forums&file=viewtopic&t=58298

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DI MICHAEL HUDSON e JEFFREY SOMMERS
counterpunch.org


Noi di solito rispettiamo la convenzione di astenerci dal parlare male di chi è scomparso recentemente. Ma Margaret Thatcher probabilmente non si opporrebbe a un epitaffio concentrandosi su come la sua eredità politica sia riuscita a raggiungere il suo obiettivo dichiarato di uno "smantellamento irreversibile" del settore pubblico in Gran Bretagna. Con un attacco alla pianificazione dello stato fatta dal governo, la Thatcher ha spostato le istituzioni nelle mani molto più accentratrici della finanza - la City di Londra - senza nessun controllo sui danni all’economia prodotti da una regolamentazione finanziaria "libera" da qualsiasi norma anti-monopolistica di controllo sui prezzi.

La Thatcher ha trasformato il carattere della politica britannica per voce di un governo parlamentare democraticamente eletto che ha permesso con una pianificazione finanziaria di spartirsi il dominio del settore pubblico con il consenso popolare. Come il suo contemporaneo, l’attore Ronald Reagan, ha raccontato una storia con una copertina affascinante dove prometteva di aiutare la ripresa dell'economia. La realtà, ovviamente, è stata un aumento del costo della vita e la possibilità di fare business per la Gran Bretagna. Ma questo gioco a somma zero ha cominciato a registrare le perdite di tutto il sistema economico e di una gran parte del collegio elettorale che il partito conservatore raccoglieva nel settore bancario della Gran Bretagna.

Sottotagliando il prezzo della sua privatizzazione della British Telephone e degli altri grandi monopoli, ha fatto credere che ci avrebbero guadagnato più i clienti, che le grandi istituzioni finanziarie. E offrendo ai sottoscrittori una succosa commissione del 3% (molto più di qualsiasi precedente privatizzazione), la Thatcher ha avviato l'inizio della Grande Polarizzazione della Gran Bretagna attorno all’1% dei creditori del restante 99% che ha cominciato a indebitarsi sempre di più.

Attaccare le voci che creavano delle rendite per il governo, ha aperto le porte all’economia di rendita nel suo senso più classico: le rendite del settore immobiliare (con capitali che aumentavano di valore perché gonfiati da debiti-inflazionati) per portare i prezzi delle proprietà britanniche tanto in alto che gli impiegati che lavorano a Londra adesso devono vivere fuori, e devono andare a lavorare prendendo i treni delle ferrovie privatizzate che costano carissime. La privatizzazione ha creato anche nuove e immense opportunità di rendita per il monopolio dei servizi pubblici privatizzati, insieme a incassi finanziari da rapina di un sistema bancario sempre più pirata.

La finanza è sempre stata la madre dei monopoli fin da quando i finanziatori olandese e altri contribuirono a far assorbire dall’Inghilterra la Compagnia delle Indie Orientali nel 1600, la Banca d'Inghilterra nel 1694, e altri monopoli commerciali culminati nella South Sea Company nel 1710.

Quando la Thatcher divenne primo ministro nel 1979, la Gran Bretagna per oltre un secolo aveva fatto enormi investimenti nelle infrastrutture pubbliche. I manager della finanza guardavano a questa imponente struttura come un grande potenziale monopolistico che poteva essere trasformato in tante vacche da mungere per arricchire l'alta finanza. La Thatcher divenne la cheerleader di quello che è diventata la più grande svendita del secolo, e tutti i guadagni di “ London City” divennero la perdita maggiore dell’economia industriale. I signori della finanza inglese divennero l'equivalente dei grandi baroni delle ferrovie americane del 19° secolo, divennero la classe dirigente che presiedeva quello che ha provocato il declino verso l’austerità neoliberista di oggi.

Il suo mandato come primo ministro sembrava riprendere il ruolo di Peter Seller in “Oltre il giardino”. Si fece vedere molto in televisione proprio perché la sua filosofia voleva mettere insieme una sequenza di frasi a effetto che creassero un appiattimento dei complessi rapporti sociali ed economici ad un normale psicodramma personale.

L'abilità della Thatcher riuscì a spostare l'attenzione del pubblico dalle operazioni della finanza e dell'economia e a distrarlo da quello che dicevano i suoi oppositori, come Harold Macmillan che metteva in guardia dal "vendere l’argenteria di famiglia." Voleva far sembrare come se l'economia fosse la stessa cosa che gestiva un droghiere che doveva cercare di far quadrare le spese della bottega, seguendo l'esempio del suo banchiere che insisteva sulla necessità di spremere i salari e aumentare i prezzi dei generi essenziali.

Quando la Thatcher prese l'incarico il terreno era già pronto perché l'economia in Inghilterra era in un caos come nel resto del mondo . Nell’inverno del 1979 il malcontento si concretizzò in una tempesta perfetta . Incapace di trattare con Arthur Scargill e con gli altri sindacalisti per controllare gli scioperi, il partito laburista britannico era poco attento alle possibilità della Gran Bretagna di estrarre il suo petrolio dal Mare del Nord. Sfruttando questo colpo di fortuna si poteva finanziare un decennio di smantellamento di ciò che restava dell'industria britannica. Gli Stati petroliferi non devono essere efficienti, non hanno bisogno delle industrie e nemmeno dell'occupazione.

Il primo ministro laburista John Callaghan fece un tentativo simbolico di affrontare questi argomenti, chiedendo un prestito del FMI nel 1976 per finanziare un re-investimento dell’industria come finanziamento ponte fino a quando il petrolio del Mare del Nord inglese avrebbe iniziato a rendere. Ma il Segretario al Tesoro Usa Bill Simon prese questa richiesta come una ribellione. Il FMI e la politica degli Stati Uniti erano pronti a dare credito solo per pagare gli obbligazionisti, non per costruire le basi di una solida economia reale. La Gran Bretagna avrebbe ottenuto i prestiti solo se avesse riorientato la sua economia lasciando la pianificazione nelle mani dell’alta finanza.

Il Regno Unito è diventato migliore testimonial del manifesto neoliberista del FMI, che privilegiava il ruolo della finanza offshore, quello che poi sarebbe fiorito come il famigerato Light Touch di Gordon Brown che ha dato inizio ai crolli bancari del 2008. In questo senso, il suo ruolo era quello di servire, in una versione britannica di Boris Eltsin, come sponsor della spartizione del risultato di secoli di investimenti pubblici.

La Thatcher entrò in carica come Primo Ministro nel 1979 proprio quando cominciò la manovra neoliberista. La "Figlia del droghiere" dipinse i problemi della Gran Bretagna come il risultato di un lavoro ostinato. Il suo avvento bloccò qualsiasi accordo con i leader sindacali che stavano mettendo in atto una politica autolesionista di scioperi che sconvolsero la vita quotidiana e resero ancora più dura la vita per la maggior parte degli elettori. L’economia della Gran Bretagna non era mai stata più matura per la strategia del “divide et impera”.

La nuova svolta era che la guerra di classe si rivolse al lavoro nel suo ruolo di consumatore e debitore, non come dipendente. L’industria nazionale in Inghilterra subì colpo su colpo e le fabbriche cominciarono a chiudere i battenti in tutto il paese (riportando bei risultati se venivano trasformate in nobilitati investimenti immobiliari).

La Signora di ferro era convinta che stava ricostruendo l'economia inglese, ma in realtà stava solo arricchendo le banche fuorilegge di Londra. In tutto il mondo, il danno causato da questa economia finanziarizzata è stato immenso. Per "liberare" i soldi dai vincoli delle autorità fiscali nazionali, in Medio Oriente furono bloccati gran parte dei progetti per lo sviluppo industriale. Dopo il 1990 il blocco sovietico è stato deindustrializzato per favorire l’industria petrolifera, del gas e dell’economia mineraria. E in Gran Bretagna, migliaia di miliardi di dollari in entrate fiscali globali che avrebbero potuto essere utilizzate per lo sviluppo industriale e sociale sono stati indirizzati, via Londra, dove il Regno Unito ha creato dei mercati detassati e senza regole.

Così, nonostante l'ammirazione della signora Thatcher per Milton Friedman, famoso per aver detto che non c'è cosa migliore di un pranzo gratis, trasformò di fatto l’economia della Gran Bretagna proprio come un pranzo gratis – pronto per essere mangiato dai finanzieri di tutto il mondo che sono corsi ad affollare le sue spiagge.

Quanto ci mise Lady Thatcher per capire qualcosa di quello che accadeva in un settore finanziario che non ha mai voluto favorire deliberatamente? Non si è mai detta dispiaciuta su come le sue politiche hanno aperto la strada per il New Labour e al passo da gigante successivo che ha potenziato tutto il complesso finanziario di Londra che è diventato un catalizzatore delle banche che hanno beneficiato dei crolli finanziari, e buttato l’economia della Gran Bretagna nel marasma del processo.

Quando la signora Thatcher ha preso il potere, uno su sette bambini in Inghilterra vivevano in povertà. Dopo le sue riforme il numero era salito a uno su tre. Ha polarizzato il Paese in una strategia di 'divide e impera' che prefigurava quella di Ronald Reagan e le più recenti politiche americane, come quella del governatore del Wisconsin, Scott Walker. L'effetto della sua politica precludeva la mobilità economica nella classe media, che per ironia della sorte era proprio quella che lei aveva creduto di favorire con le sue politiche.

Esperti di tutto il mondo stanno twittando sul suo ruolo nel "salvare la Gran Bretagna”, non su come l’ha indebitata – su come ha distrutto l'economia per salvarla. Il suo ruolo è stato storico soprattutto per aver posto le basi ed aver plasmato la politica neoliberale dal 1980 in poi: Come possono i governi nutrire e soddisfare le cleptocrazie finanziarie avallando una serie di norme che abbiano il consenso popolare?

Ci si può arrivare solo violando il Primo Assunto della filosofia politica liberale classica: gli elettori devono essere sufficientemente informati per capire le conseguenze delle loro azioni. Questo significa che i governi devono adottare una prospettiva a lungo termine.

Ma la finanza ha sempre vissuto per ricavi a breve periodo, e in nessuna parte del mondo il sistema bancario è a più breve termine che in Gran Bretagna. Nessuno ha mai esemplificato questa gretta prospettiva meglio di Lady Thatcher. La sua retorica semplicistica ha aiutato a ispirare una quantità eccessiva di sempliciotti presuntuosi che hanno fatto passare il buon senso per saggezza.

Non è del tutto semplice, forse, ma semplice opportunismo. Come se fosse stata il santo patrono del New Labour, la Thatcher divenne la forza intellettuale che ispirò il suo successore ed emulatore Tony Blair che completò la trasformazione dell’elettorato inglese mobilitandolo per ottenere il consenso popolare che consentisse al settore finanziario di privatizzare e spartirsi ogni infrastruttura pubblica della Gran Bretagna creando una serie di monopoli.

Così il Regno Unito è stato trasformato da una vera e propria economia di produzione industriale a un accattone o che cerca di arraffare denaro per mezzo delle sue banche offshore. Alla fine, non solo è stato solo un gran danno inflitto all’Inghilterra, ma a tutto il mondo perché i capitali hanno smesso di essere strumento di sviluppo per gli stati e sono fuggiti verso i porti sicuri delle banche di Londra.

Nel frattempo, i governi di tutto il mondo oggi stanno dicendo "Siamo al verde", mentre i loro oligarchi diventano sempre più ricchi.

Il libro di MICHAEL HUDSON riassume le sue teorie economiche,"“The Bubble and Beyond,", è disponibile su Amazon. Il suo ultimo libro è Finance Capitalism and Its Discontents. Ha collaborato a Hopeless: Barack Obama and the Politics of Illusion,, pubblicato da AK Press.

JEFFREY SOMMERS è professore associato presso l'uversità del Wisconsin-Milwaukee, ed professore ospite presso la Scuola di Economia di Stoccolma a Riga. E 'co-editore del libro di prossima pubblicazione The Contradictions of Austerity. Oltre a Counterpunch egli pubblica anche sul Financial Times, The Guardian, Truthout e appare regolarmente come esperto in programmi televisivi mondiali.

Fonte: www.counterpunch.org
Link: http://www.counterpunch.org/2013/04/08/the-queen-mother-of-global-austerity-financialization/
9.04.2013

Traduzione per www.ComeDonChisciotte.org a cura di BOSQUE PRIMARIO
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=11707&mode=&order=0&thold=0

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italiana / I fantasmi della sinistra terminale
« il: Gennaio 17, 2013, 03:36:19 pm »


I fantasmi della sinistra terminale (PRC e PDCI) assieme ai superstiti dipietristi e ai verdi (tutti ne sentivamo la mancanza nonò) si sono intruppati nell'ultimo tentativo disperato di aggrapparsi alle poltrone parlamentari dopo la disfatta della Sinistra Arcobaleno nel 2008, in una lista elettorale guidata da tre magistrati: Ingroia, De magistris e Di Pietro. Credo di non sbagliarmi pronosticando una ripetizione della stessa disfatta e spero nella nascita a fronte di questi fantasmi di un movimento autenticamente sovranista, socialista e nazionale. Le elezioni del prossimo Febbraio saranno lo spartiacque tra il prima e il dopo. Il dopo sarà una serie di governi, chiamati di sinistra, di destra o di centro, ma tutti rigidamente inquadrati negli ordini trasmessi ad un parlamento oramai imbelle dalla BCE e dalla UE. Il dopo sarà solo ed unicamente tra i servi della UE e gli uomini liberi. O si sarà da una parte o si sarà dall'altra. Gli zombi della sinistra terminale hanno scelto per l'ultima volta di non stare nè di qua e ne di là. E i medesimi della destra terminale? Di quelli parleremo un'altra volta

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italiana / I partiti dello straniero
« il: Gennaio 17, 2013, 01:14:49 pm »
Scritto da: Gianni Petrosillo (17/01/2013)
 

Le maggiori difficoltà italiane, nell’attuale crisi sistemica globale, derivano da relazioni di forza internazionali, assolutamente sfavorevoli, che pesano negativamente e pesantemente sugli apparati sociali, finanziari, economici e produttivi del Paese. L’Italia deve fare i conti con deficit strutturali atavici ma l’aggravamento della sua posizione, sul proscenio mondiale, discende dal clima e dalle evoluzioni geopolitiche,  avverso alle quali non sono state attivate reazioni e risposte adatte.

La caduta degli indici borsistici e l’allargarsi della forbice tra i differenziali di rendimento dei titoli di Stato (lo spread), è la faccia esterna di problematiche molto più complicate che nessuno prende correttamente in considerazione. Le crisi economiche sono terremoti di superficie scatenati dallo spostamento e smottamento del terreno in profondità, e questo subbuglio sotterraneo, questo scontro e sfregamento di placche, è il prodotto di scelte strategiche e ricollocamenti politici dovuti all’insorgere di nuove istanze sistemiche, in una  fase storica di transizione. C’è chi si rende protagonista di tale movimento e c’è chi lo subisce. Noi siamo tra chi patisce ogni conseguenza.

Sicuramente, in una società di tipo capitalistico, dove la gran parte di ciò che è prodotto è merce e si deve scambiare mediante denaro, la crisi inizia manifestandosi nella sfera finanziaria, quella che prende il davanti della scena. Tuttavia, da questo non deriva che la causa principale della débâcle sia di origine economica. Se saltano gli equilibri finanziari e monetari non è per ragioni intrinseche all’economia ma per fattori di conflittualità geopolitica.

Le nostre criticità non scaturiscono da contingenze sfortunate ed aleatorie, non almeno in maniera preponderante, ma sono il risultato di decenni di scelte errate e valutazioni inadeguate in merito alle mutazioni in atto sullo scacchiere planetario, già all’indomani degli esiti finali della Guerra Fredda.

A sbagliare sono state classi dirigenti  orbe di visione storica, al cospetto di avvenimenti unici ed irripetibili; élite parassitarie che si sono garantite la permanenza in sella allo Stato svendendo il patrimonio pubblico a concorrenti esteri, per un tozzo di pane, evitando accuratamente di dialogare con le urgenze dell’èra, presenti e future. Gruppi direttivi neofiti, le seconde file dell’arco parlamentare che fu, hanno innalzato la bandiera costituzionale per meglio affossarla, hanno ballato sulle ceneri dei più qualificati predecessori, rinnegando di esserne stati allievi, per autolegittimarsi in assenza della medesima spinta ideale, dopo i nefasti delle mani pulite e delle zucche vuote con la coscienza più sporca.

La retorica delle privatizzazioni indispensabili, tanto in voga al principio dei ’90,  posteriormente alle annate di sperperi assistenziali ed elargizioni clientelari delle risorse statali, non le scagionerà mai dalle loro responsabilità, che sono gravissime, poiché una cosa è vendere asset marginali, razionalizzare le spese, segare rami d’attività improduttivi, e non strategici, per perseguire più elevati obiettivi, avendo presente un quadro di opportunità, di sviluppo, di innovazione e di crescita, ovvero ambendo ad un maggior benessere comunitario, un’altra è liquidare l’argenteria di famiglia per dimostrare la propria sottomissione ai vecchi e nuovi padroni del vapore, a loro volta sostenuti da fameliche cricche sopranazionali.

Se si vanno a guardare le liquidazioni dell’impresa pubblica dei lustri scorsi, non vi si troverà un solo vero affare ad un prezzo onesto, ma soltanto tante menzogne riguardo a fantomatici capitani coraggiosi salvatori della propria panza, imprescindibili esigenze di dismissione per rimpinguare le casse vuote, salvo raschiare successivamente  anche il fondo del barile e gestioni a perdere come mai visto. Oggidì, siamo diventati davvero cittadini dissoluti di Sodoma, come ci ricordano in alto loco continentale, ma non dimentichiamo di provenire da ben altra e temuta Sparta. Scaricare, invece, il peso dei guai odierni su chi è venuto prima, con la surrettizia frase sventolata in ogni occasione: “è colpa del precedente governo e dei suoi uomini”, andando a ritroso fino alla notte dei tempi, è tipico degli imbelli e dei corrotti.

Detto più chiaro, mentre il mondo cambiava rapidamente, scosso da eventi drammatici (caduta del Muro di Berlino, dissoluzione dell’URSS, unipolarismo Usa e svelto ritorno del multicentrismo, conseguente all’emergenza e riemergenza di altri attori geopolitici sulla scena mondiale), i percorsi (collettivi e personali) e le idee (generali e soggettive), di chi avrebbe dovuto guidarci fuori dal guado, con soluzioni moderne ed originali, generate da valori e scopi progressivi, si pietrificavano.

L’inazione e la confusione vennero a lungo celate da apologhi integrativi, multilateralisti, cooperativi, solidaristici ecc. ecc. che prendevano il posto delle ideologie manichee appena consumatesi.

In sostanza, dunque, la presunta fine dell’età delle grandi narrazioni giunse cavalcando un romanzo ancora più immaginario ed impraticabile. Presto, ci saremmo risvegliati e scontrati con altre durezze storiche dello stesso materiale, se non più solide, di quelle appena superate.

L’UE in ampliamento scriteriato al fine di inglobare comunità provenienti dall’ex sistema socialista per sottrarle all’influenza russa, l’allargamento della Nato ai medesimi paesi, gli altri organismi mondiali di gestione falsamente unanime dell’economia e delle relazioni diplomatiche, la globalizzazione, i diritti umani e ambientali,  tante belle parole accompagnate da altrettanta propaganda ed effetti collaterali, sempre esclusi a priori e puntualmente verificatisi, che produssero non quell’eden finalmente pacificato e parificato nelle libertà sociali, di cui blateravano gli intellettuali di regime (la storia non è finita, la loro credibilità sì), ma tutto il suo contrario. Fu ed è l’averno, con l’esportazione impossibile della democrazia,  le guerre al terrore che addizionano paura anziché sopirla (Afghanistan, Iraq), l’accumularsi del settarismo su basi etnico-confessionali, le divisioni culturali neganti i punti di contatto anche laddove esistenti. Elementi che segnalano una strategia di unilateralismo “imperiale”, irrealizzabile nella incipiente fase multipolare. Per questo salgono i tributi di sangue in ogni luogo d’instabilità, trascinando nel caos anche quei territori che una certa saldezza l’avevano conquistata a fatica.  Penso, soprattutto, al Mediterraneo e ad alcuni Paesi dell’Africa araba.

Senza confutare e opporsi alla conformazione concreta della situazione che contraddiceva i primigeni proclami universalistici, e che discordava con i nostri interessi nazionali, siamo rimasti agganciati al carro occidentale ma in posizione sempre più subordinata e dipendente, accettando il ruolo di figurante senza battute, imposto da alleati prepotenti, impropriamente definiti amici dai nostri governanti senza coraggio.

Poiché subiamo questi rapporti di forza senza incidere sulla loro formazione e diramazione, la ripresa, inclusa quella economica, che è  un aspetto delle problematiche complessive qui abbozzate, sicuramente non quello determinante, non è fattibile e mai lo sarà, fintantoché persisterà questa situazione di passività generale – meglio sarebbe dire di effettiva sudditanza dei nostri vertici statali a diktat esterni – aggravata dalla presenza di “partiti dello straniero” interni, trasversali ai cosiddetti schieramenti liberali e riformisti.

E, qui, ci troviamo finalmente dinanzi alla disputa realmente impellente, allo spartiacque epocale. Non riusciamo a venire fuori dal vicolo cieco in cui ci siamo cacciati perché siamo governati da antiitaliani che prendono ordini dalle capitali estere per amministrare Roma, derubricando i destini dei connazionali.

Questi autentici nemici della “patria” considerano la propria perpetuazione verticale, con spartizione degli incarichi e delle funzioni pubbliche, più importante della stessa esistenza della nazione. Ciò lo riscontriamo quotidianamente nel dibattito politico, assorbito da temi e problemi inessenziali, che non mettono mai in questione le decisioni calate dall’alto, dagli organismi europei ed atlantici, i quali ci trattano da paria e da carne da macello.

Ed è così che l’UE diventa, per i nostri politici arroccati dietro presunte logiche monetarie e unitarie irreversibili (parola di Draghi, Monti ed altri), il penultimo rifugio delle canaglie, essendo l’ultimo ancora il rassemblement di organismi militari e finanziari di ispirazione statunitense, dalla Nato al FMI ecc. ecc., consorziate con le varie massonerie sovracontinentali (Bilderberg, Trilateral ecc. Ecc.)

Chi nega l’ evidenza non conosce la Storia dell’Italia, recente e passata, da quella pre-unitaria, a quella post-unitaria fino all’edificio repubblicano, impastato con la calce di influenze forestiere non benevoli, né disinteressate (non trattiamo in questa occasione, ovviamente, di periodi più antichi, quando gli eserciti stranieri marciavano direttamente sul nostro suolo e si spartivano terre e bottini manu militari).

Come tutti dovrebbero sapere, i  rapporti internazionali influenzano le agende delle formazioni partitiche in ogni spazio nazionale. Questo, soprattutto, in stagioni di caos geopolitico, quale quella in atto, dove si sta verificando la perdita di egemonia, relativa e non ancora assoluta, del polo dominante (gli Usa), a vantaggio di altre aree in recupero di potenza (Cina, Russia, e subordinatamente Brasile, India, ecc. ecc.). Detta situazione di multipolarismo fa saltare molti equilibri poiché viene a mancare quel centro regolatore che per una lunga fase, almeno nell’area occidentale, aveva garantito, in cambio di un appoggio incondizionato contro il comunismo, benessere economico e pace sociale.

Ma, stando diversamente le cose, nell’attuale congiuntura mondiale (la quale potrebbe durare a lungo, con buona pace di chi pensa di uscire dalla crisi già nel 2013), un eccesso di passività nella riedificazione dei rapporti internazionali (che sono, in primo luogo, rapporti di forza), comporta, per le soggettività nazionali lasciatesi perifericizzare, una sottrazione permanente di sovranità.

Da questa serie di fatti si può giungere ad alcune conclusioni che non ci fanno per nulla piacere.

In Italia imperversano i cosiddetti “partiti dello straniero”, organismi che delegano ai centri di comando europei e atlantici il futuro dei propri concittadini, rinunciando alla capacità di decidere autonomamente del proprio destino.

I partiti dello straniero, oramai quasi tutti, li riconoscerete immediatamente dalle loro agende programmatiche in cui abbondano i riferimenti all’incontestabile partenariato euro-atlantico e i proclami di adesione incondizionata ai dettami dell’UE. I partiti dello straniero ripetono come una nenia, quando devono dissimulare la loro impotenza, “ce lo chiede l’Europa, l’Onu, la Nato” e così via, quasi ci trovassimo al cospetto di infallibili dèi. In tal maniera, muore la politica nazionale, sostituita dalla delega internazionale, senza che il popolo si sia mai espresso su siffatta cessione di autodeterminazione. Ancora, i partiti dello straniero li riconoscerete da come si peritano di presentarsi al pubblico, quali forze della responsabilità e della sobrietà. Quest’ultima è la manovra di copertura più adoperata da simile “borghesia compradora” per reprimere  le  energie  vitali  della società  e  per meglio adempiere  alla sudditanza economica e politica verso  nazioni  o  gruppi  di  nazioni  egemoniche.

Da chi sceglierete di farvi rovinare, data l’assoluta omogeneità di “sviste” istituzionali, dopo le prossime elezioni? Chi vincerà? Perderà l’Italia, questo è il vero risultato scontato
http://www.conflittiestrategie.it/i-partiti-dello-straniero

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Link / Conflitti e Strategie
« il: Dicembre 21, 2012, 10:35:01 am »

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Link / Stato e Potenza
« il: Dicembre 21, 2012, 10:30:46 am »

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idee / Nazionalcomunismo: mito o dottrina politica? (parte 2)
« il: Dicembre 20, 2012, 04:05:33 pm »
Lo scorso articolo abbiamo analizzato il tentativo “borghese” che ha portato, in Germania, ad una politica estera che potremmo definire nazional-comunista. Come abbiamo più volte ripetuto questa rivoluzione tedesca nella politica internazionale è dettata da delle chiare necessità geo-strategiche a seguito dei trattati di pace di Versailles. Eppure, nonostante questo primo tentativo fosse meramente strategico e poco ideologico, andava via via formandosi un universo politico fatto di metodi, immagini, estetica e dottrine che avrebbe portato la Germania di Weimar ad essere la culla dei socialismi novecenteschi.

Il tentativo nazionalcomunista delle sinistre tedesche

Quasi contemporaneo al tentativo nazionalbolscevico borghese si andò sviluppando, con minori difficoltà, un tentativo nazionalcomunista fortemente voluto da importanti frange dei movimenti e dei partiti comunisti tedeschi. Le politiche estere di Rantzau infatti dimostravano tutti i loro limiti nel momento in cui si ambiva ad una liberazione nazionale dal cappio dell’Occidente, mantenendo però invariato l’assetto economico e sociale di chiara estrazione liberale e liberoscambista. Il tentativo nazionalcomunista voluto dalle sinistre estreme tedesche mirò ad ottenere il medesimo risultato cambiando però anche il paradigma socio-economico. Dopo il fallimento del nazionalbolscevismo ci si chiedeva ormai se il socialismo proletario avrebbe condotto alle nuove prospettive politiche che il borghese filo-sovietico non aveva saputo raggiungere. Per studiare il fenomeno che vide trasformare molti gruppi comunisti in vere e proprie organizzazioni nazionalcomuniste, in uno dei fenomeni più caratteristici della storia successiva alla Grande Guerra, è bene sciogliere ogni dubbio. L’estremismo socialista tedesco che guardava con interesse alla Russia dei soviet ed alla liberazione nazionale dall’Occidente faceva riferimento ai partiti più radicali in aperto contrasto con la socialdemocrazia, reputata un partito di sinistra riformista che agiva comunque in una sfera politica liberale e liberista. Premesso ciò bisogna dire che la storia del nazionalcomunismo inizia più o meno contemporaneamente a quella del nazionalbolscevismo, e quindi immediatamente dopo il crollo dell’impero del Kaiser. Da questo momento, passando per i trattati di Versailles, fino alle rivolte e alle occupazioni della Ruhr, il nazionalcomunismo è legato ai nomi di due importanti comunisti radicali: Heinrich Laufenberg e Fritz Wolffheim diventati importanti personaggi politici a seguito dell’insurrezione popolare di Amburgo nel 1918 e della forte lotta di propaganda contro la condotta bellica della socialdemocrazia. Già nel 1915 i due pubblicarono un breve saggio dal titolo “Grundlinien proletarischer Politik” (linee fondamentali di politica proletaria) dove veniva espresso un primo e forte legame tra la classe proletaria e lo spirito nazionale:

“Rimane riservata alla politica proletaria la realizzazione dell’unità nazionale contro al particolarismo dei singoli Stati [...] Ma solamente allorquando il Volk divenga signore dello Stato, il proletariato tedesco potrà influenzare in modo efficace la politica estera del paese. “
Allo scoppio della rivoluzione russa Wolffheim procedette ad una forte politica di propaganda negli ambienti industriali e nell’esercito per cercare di dar vita ad un insurrezione popolare. In molti manifesti e volantini dell’epoca si incita alla rivolta proletaria, alla creazione di una repubblica socialista e, a sorpresa, di una guerra di liberazione nazionale ad opera del proletariato tedesco contro l’oppressore occidentale e capitalista. Proprio in quegli stessi anni Wolffheim partecipò alle riunioni di socialisti, comunisti, nazionalisti e pensatori pangermanici che abbiamo trattato nel corso dello scorso articolo. La cerchia formata dai seguaci di Laufenberg e Wolffheim si associarono pochi mesi più tardi ai comunisti dello Spartakus-Bund dove cercarono di proporre la loro politica nazionalcomunista. L’abilità retorica dei due politici e la loro politica moderna e sconosciuta negli ambienti comunisti fece crescere il loro seguito. Negli anni immediatamente successivi alla rivoluzione d’ottobre si è calcolato che i simpatizzanti per le teorie nazionalcomuniste all’interno dello Spartakus-bund fossero quasi la metà degli aderenti al partito. Ben presto però le due frange comuniste entrarono in aperto conflitto tanto che nell’ottobre del 1919 avvenne una vera e propria scissione con la fuoriuscita della Hamburger Richtung” dal partito. Il risultato fu che Laufenberg e Wolffheim dovettero avvicinarsi al Partito Comunista dei Lavoratori formando un nuovo e vasto schieramento all’interno del KPD. Questa operazione politica ebbe due risvolti importanti che sancirono il fallimento del tentativo nazionalcomunista da parte dell’estremismo rosso. La scissione dagli spartachisti fece si che numerosi comunisti fino ad allora attratti dalle nuove proposte di Laufenberg e compagni, abbandonassero quel tipo di politica per tornare su posizioni internazionaliste e, tanti più comunisti si allontanavano, tanti più diventavano fondamentali gli incontri con le cerchie naziona-borghesi mosse dai strategie politiche filo-sovietiche, tanto più dopo il fallimento del colpo di stato da parte del Kapp che aveva dimostrato ai Corpi Franchi l’impossibilità di una restaurazione dello Stato d’anteguerra. All’interno del KPD seguirono altre scissioni dettati da moventi personali o di poco conto, ma che di fatto sancirono la sconfitta politica del nazionalcomunismo. Tuttavia Wolffheim e Laufenberg non si diedero per vinti e, consci dell’impossibilità di formare un partito nazionalbolscevico con politici comunisti, si dedicarono all’attività pubblicistica come dimostrano il Kommunistische Arbeiter zeitung e lo Hamburger Wolkswart, entrambe pubblicati ad Amburgo per diversi mesi nei primi anni ‘20. Inoltre venne messo in moto un raggruppamento che non faceva capo ad alcun partito e il cui compito era “infiltrarsi” all’interno di grosse riviste lanciando delle velate proposte nazionalcomuniste che, in ultima analisi, avevano un compitodisgregativo ed insurrezionale. Da questo tentativo si svilupparono la già menzionata “Libera Associazione per lo studio del comunismo tedesco”, piuttosto che il periodico “Bund der Kommunisten” intorno al quale si raggrupparono le federazioni rivoluzionarie senza guida partitica e che nel 1922 formarono il “Bund fur Volk, Freiheit und Vaterland” (Federazione per il Popolo, la Libertà e la Patria). I tentativi dei seguaci di Laufenberg e Wolffheim si conclusero qualche anno dopo con un nulla di fatto. Il grande fermento politico-culturale a cui avevano dato vita non raggiunse delle chiare vittorie a livello politico. Una seconda ondata nazionalcomunista, molto più vibrante rispetto a quella appena trattata, scosse la Germania qualche anno più tardi, nel 1921. Questa volta teatro della nuova insurrezione comunista e nazionale fu Monaco. In quell’anno i diktat parigini obbligarono lo scioglimento delle “einwohner Wehren” (Difese dei cittadini) scatenando l’ira di nazionalisti e comunisti bavaresi che, riunitisi nella rivista “Neue Zeitung” incitavano l’insurrezione e la spartizione delle armi tra Corpi Franchi e brigate comuniste al fine di una rivolta popolare contro l’oppressore francese. Nonostante la violenza delle insurrezioni nulla potè fermare il disarmo della zona bavarese e della Ruhr. Risulta curioso notare che oltre alla Francia, anche numerosi comunisti e conservatori contrastarono il nazionalcomunismo bavarese. Radeck, importante figura del KPD e successivamente dirigente del Komintern, scrisse proprio in quei mesi insieme a Thalheimer, un conosciuto comunista tedesco, un saggio dal titolo “Gegen den nationalbolschewismus” (Contro il Nazionalbolscevismo) che non solo rappresentava il punto di vista di numerosi comunisti tedeschi vedeli alla linea internazionalista, ma rappresentava anche l’opinione ufficiale della Russia di Lenin che nel suo saggio “Estremismo, malattia infantile del comunismo“, dopo aver lodato Wolffheim per le sue abilità retoriche, tuonava: “quelle assurdità che gridano al cielo, del Nazionalbolscevismo…”. Ancor più curioso è che due anni più tardi è proprio lo stesso Radeck a dare vita ad una nuova ondata nazionalcomunista. In due anni la situazione internazionale è fortemente mutata. Da un lato l’idea di una rivoluzione comunista mondiale sembra venir messa da parte e la nuova politica Russa. Nel 1922 un georgiano conosciuto in tutto il mondo come Stalin diventà segretario generale del Comitato centrale e iniziò a diffondere all’interno del partito le sue teorie politiche che rivelavano un forte attaccamento al territorio russo, “Madre Russia”. Di li a pochi anni, nel 1926 Stalin sarebbe diventato l’unico vero punto di riferimento del Comitato Centrale, aveva inizio lo stalinismo e la rinascita economica, sociale e tradizionale della Russia. Se l’internazionalismo di Marx era stato messo da parte dai comunisti russi, in Germania l’occupazione della Ruhr da parte dei francesi aveva scatenato le ire del popolo tedesco. Il deciso cambio di posizione di Radeck è quindi spiegabile in virtù di questo cambiamento politico internazionale. Proprio nel ‘22 il politico tedesco tenne un memorabile discorso che apriva una “santa alleanza” tra i nazionalisti tedeschi e i rivoluzionari comunisti. A rispondere alla chiamata fu il conte Reventlow e i suoi seguaci nazionalbolscevichi. Il nuovo raggruppamento nazionalcomunista crebbe vistosamente tanto da fagocitare anche uno dei giornali comunisti più importanti di tutta la Germania: il Rote Fahne. Proprio il giornale comunista si fece garante della pubblicazione di numerosi saggi che incitavano i comunisti tedeschi a scendere in guerra al fianco dei nazionalisti per “percorrere un tratto di strata insieme”. Eppure, al di là della mera strategia politica, i saggi pubblicati e supportati dalla “Rote Fahne” ebbero il merito di gettare le basi per una reale dottrina politica nazionalcomunista. Fu proprio su uno di questi pamphlet, il “gewissen“, che un socialista, Moeller van den Bruck iniziò a vagheggiare una sorta di “bolscevismo prussiano”. La nuova politica del “Rote Fahne” veniva supportata a distanza dall’immensa propaganda sovietica che non nascondeva certo le spiccate venature nazionaliste e patriottiche. Il messaggio politico era forte e chiaro, come testimoniano le parole di Sinojews proprio dal giornale comunista tedesco:

“La nazione tedesca verrà spinta nel baratro se il proletariato non la salverà. La nazione tedesca o morirà di fame e crollerà sotto la dittatura della baionetta francese, o verrà salvata dalla dittatura del proletariato. [...] La nazione decade. L’eredità del proletariato tedesco, risultato delle pene di generazioni di operai, è minacciato dallo stivale militare della soldatesca francese e dalla vile, debole, prostituta borghese tedesca. Soltanto il proletariato potrà salvare la Nazione.[...] E’ il popolo operoso che nella sua lotta contro i persecutori e gli sfruttatori, e a maggior ragione dopo la loro cauda, costituisce la Nazione tedesca”
La nuova ondata nazionalcomunista finì per diventare una delle correnti maggioritarie all’interno dello stesso KPD tanto che addirittura Clara Zetlin in un discorso dirompente spiegò l’urgenza nazionalista all’interno del proletariato proprio mentre andavano aumentando le lotte dei separatisti nell’occupata regione della Renania e i sabotaggi andavano aumentando nella Ruhr. Una delle più importanti figure comuniste dell’epoca Heinz Neumann, si rese protagonista di numerose insurrezioni a carattere nazionalcomunista in particolare nelle aree  del Palatinato e dell’Eifel. Il vero merito di Neumann – che fu uno dei più accaniti scrittori nazionalcomunisti sul Rote Fanhe – fu quello di estendere il sentimento nazionalcomunista anche agli ambienti dell’esercito e del nazionalismo. Il progetto avrebbe dovuto portare ad un colpo di stato nazionalcomunista con il supporto dell’intero Stato Maggiore tedesco. La rivolta, che sarebbe dovuta scoppiare in Sassonia e Turingia per poi estendersi a Berlino, Amburgo, Monaco, fino ai confini della nazione, avrebbe dovuto seguire due direttive fondamentali: il cavalcare la forte insoddisfazione sociale tramite le tematiche care al comunismo tedesco, e una forte insurrezione popolare che garantisse un processo di liberazione nazionale e una politica rivolta ad Oriente. Il putsch fallì prima ancora che iniziassero le operazioni dal momento che parte dei generali etichettarono il tutto come colpo di stato “di sinistra”. Ma il declino di questa nuova ondata nazionalcomunista era già nell’aria da qualche anno. Il governo dell’epoca, gestito da Stresemann aveva rinunciato ad una politica di resistenza nelle aree di frizione e nella Ruhr, abbracciando piuttosto la politica di adempimento dei trattati di Versailles. Il nazionalismo tedesco aveva perso la sua forza trascinante e l’avvento del nazionalismo borghese e filo-occidentale fece da contrappeso all’imponente propaganda di Mosca. Per lunghi anni non si sentì più parlare nè di nazionalcomunismo nè di nazionalbolscevismo, almeno fino al 1930-1931 quando un ultimo sussurro nazionalcomunista venne tentato dai socialisti tedeschi. Se nel 1919 il KPD si era rifiutato ad ogni apertura verso gli ambienti nazionalisti e nel 1923 il partito si era fatto portavoce di una politica nazionalista autonoma, nel 1930 si decise di percorrere l’unica via realmente possibile: quella di un progetto confederativo tra comunisti e nazionalisti tedeschi con il supporto della propaganda sovietica e in particolar modo della rivista moscovita “Moskauer Rundschau“. Nel frattempo la nascita in Germania del Nazionalsocialismo, che inizialmente aveva radunato alcune personalità importanti delle sinistre nazionali quanto dei nazionalcomunismi e nazionalbolscevismo – si pensi ai nomi di Reventlow, Stohr, Strasser e tanti altri -, aveva acceso un forte sentimento antibolscevico. La necessità di concentrare le proprie forze sulla situazione politica interna alla Germania, piuttosto che alle più ampie dinamiche della politica estera fece naufragare velocemente il terzo e dultimo tentativo nazionalcomunista. L’allora capo del KPD Nuemann, tornato dalle rivolte in Cina e dalle agitazioni popolari nella Ruhr cercò in ogni modo di coniguare le proposte comuniste con le istanze nazionaliste all’interno del paradigma della politica interna. Le soluzioni a cui si giunse furono l’annuncio del “Programma per la liberazione nazionale e sociale del popolo tedesco” seguito un anno più tardi, nel 1931, dal “Programma di aiuto ai contadini“. Il risultato politico non fu dei migliori: la nazionalizzazione delle masse proletarie non avvenne e si creò piuttosto una setta nazionalista all’interno del KPD. Tuttavia il “Programma di aiuto ai contadini” ottenne qualche felice risultato per i membri del partito. Primo fra tutti fu la forte lotta contro il nazionalsocialismo portata avanti proprio da un ex del Furher, niente meno che il Generale delle Forze Armate del Reich Scheringer che pagò caro questo affronto qualche anno più tardi davanti al tribunale di Lipsia. Il Programma risvegliò anche una parte del “Movimento di Comitato”, ed in particolare due importanti filosofi politici del calibro di Bruno von Salomon e Bodo Uhle che aiutarono non poco alla sollevazione delle masse contadine affinchè abbracciassero una politica comunista e comunitaria dai tratti marcatamente nazionalistici. La vittoria fondamental del KPD, per quanto effimera, fu la conquista del generale Beppo Romer, Capo di Stato Maggior e già ampliamente conosciuto nelle cerchie nazional-rivoluzionarie a seguito della strenua resistenza del bacino della Ruhr e per la sua attività in qualità di Rappresentante di Commercio in Russia. Romer divenne capo della “cerchia insurrezionale” un gruppo paramilitare di nazionalisti comunisti che svilupparono il loro pensiero attorno alla rivista “Der Aufbruch“. Questi importanti successi vennero frenati però dallo strapotere del Nazionalsocialismo in piena ascesa e da una politica strategica che finì per creare divisioni fortissime all’interno dello stesso KPD; in particolare tra Nuemann e Thalmann. Il decisivo crollo del progetto confederativo sancì anche la fine del tentativo nazionalcomunista da parte delle sinistre radicali tedesche. Nonostante rimasero attive piccole sette, come il “Movimento di Comitato” di Von Salomon, la cerchia intorno a Otto Paetel, la Cerchia Insurrezionale, il gruppo di Uhle e i movimenti giovanili che si rifacevano a Wolffheim, l’esperienza si poteva considerare decisamente conclusa. Il colpo finale avvenne con la caduta di Neumann, quasi contemporaneamente alla stesura del “Patto di non aggressione francese e polacco con la Russia“. Lo Stato sovietivo aveva sacrificato i suoi seguaci tedeschi per garantirsi un breve periodo di pace, ma era stata dimostrata anche la contraddizione interna al nazionalcomunismo: mancando al comunismo ogni sostanza politica propria esso diventava, e a maggior ragione il nazionalcomunismo, un strumento politico della Russia comunista.



La nascita del “bolscevismo prussiano”

I trattati di Versailles furono più di una semplice asservimento di uno stato, la Germania, ad un altro, la Francia. Furono invece l’umiliazione totale di un intero popolo e l’affossamento completo della struttura e dell’organizzazione venutesi a formare lungo una storia bimillenaria. La gave grisi economica mondiale aveva portato la Germania indebitata e vergognosamente umiliata sull’orlo del baratro più profondo e la polverizzazione del marco era li a dimostrarlo. Versailles per la Germania fu più o meno la medesima cosa che Tannenberg per la Russia petrina: il colpo sparato alla nuca. Tannenber e Versailles importarono rispettivamente in Russia e Germania l’uomo liberale e un pò borghese dal gusto e dallo stile anglosassone ed olandese. Questo, lentamente, iniziò il suo successo nelle terre di conquista creando un nuovo ordine politico-economico, una nuova struttura sociale e una nuova dialettica politica in profondo contrasto con la tradizione di quelle aree geografiche, non ancora pronte – o per nulla volenterose -, a quel così drastico cambiamento. Nessuno meglio di Nietzsche e Dostoevskij seppe incarnare quel disprezzo verso le nuove dinamiche capitalistiche.

Nietzsche:

“ Abbiamo assolutamente bisogno di procedere assime alla Russia, con un nuovo e comune programma che in Russia non lasci venire a predominare alcuno schema inglese.”
Dostoevskij:

“Poichè la Germania non ha bisogno di noi per una politica momentanea ma per un’alleanza eterna…Due grandi popoli, a noi e a loro è destinato di cambiare l’aspetto del mondo.”
Entrambe i letterati colgono l’importanza di Tannenberg e Versailles che vengono a coincidere con il punto più basso toccato dai due popoli. Da questo repentino e disastroso declino prende vita una nuova seranza, quella di un improvviso e altrettanto brusco risveglio, l’Erwache. Si tratta della nascita di un nuovo prototipo, un nuovo protagonista antropologico la cui forza dirompente si rivolge verso l’occidente armato di baionette e capitali finanziari. E’ l’uomo socialista della Russia e della Germania che non ha più nulla a che vedere con le strategie politiche dei nazionalbolsevichi, ma nemmeno con i tentativi insistenti del KPD. In Russia l’uomo nuovo si forma con Lenin, è il proletario, figlio sporco e sfruttato delle fabbriche che fa della sua lottadi classe il vero stimolo per la sua lotta. Il proletariato conquista la Russia che si tramuta ben presto, con Stalin, in un vasto impero socialista dove le opere pubbliche costruite nel giro di 5 anni evocano le grandi opere dei Cesari dell’antica Roma. In Germania la situazione è però diversa. Il socialismo da vita ad un turbine di teorie e dottrine politiche molte volte fortemente antagoniste tra loro e la nascita del nazionalsocialismo garantisce uno scontro ancor più acceso tra le correnti socialiste. E’ curioso notare che il capitalismo in Russia non si era ancora sviluppato su alti livelli, eppure fu proprio la nascente classe proletaria ad insorgere. In germania il capitalismo aveva ormai preso piede da decenni e le politiche di asservimento di Weimar e i piani di ricostruzione americani non avevano fatto altro che velocizzare il processo, eppure, paradossalmente, ad insorgere con un ondata che potremmo definire di “bolscevimo prussiano” furono i contadini! I contadini, sfrattati dalle loro case e relegati nelle periferie cittadine putride e senza possibilità lavorative si radunarono sotto il nuovo simbolo della bandiera nera con la falce, che divenne il simbolo più minaccioso della Germania di quegli anni. Accanto al contadino guerriero andava via via sviluppandosi un nuovo tipo di soldato, un miles politico filoorientale e contro i diktat di Versailles, un soldato fortemente popolare che incarnasse la lotta sociale e l’eroica tragicità della tradizione pangermanica violentata dall’Occidente. I soldati in questione non appartenevano ad alcuna divisione e non disponevano di nessuna copertura dello Stato Maggiore, si trattava invece dei nuovi Corpi Franchi, quelli che, una volta sganciati dall’universo nazionalsocialista, seppero dar vita ad una nuova dinamicità rivoluzionaria. Erano divisioni ultra nazionaliste e altrettanto comuniste che ricordano, con maggior disciplina e fermezza politica, gli italici Arditi del Popolo. Da queste due classi in rivolta sembra delinearsi una nuova Germania, una germania contadina e guerriera che si opponeva tanto ai dogmi di Versailles quanto alle bandiere con le croci uncinate. Era la nascita del bolscevismo prussiano che si radunava sotto la cupa bandiera nera con la falce. A differenza dell’espirimento nazionalbolscevico e nazionalcomunista, il bolscevismo prussiano vanta finalmente di una chiara area di influenza politica, quella dei contadini e quella dei volontari nazionalisti, e una forte base ideologica che si sviluppa intorno alle opere di Junger, Spengler, Marx, Nietzsche e Stalin. La lotta di classe marxista si riempie di un significato mistico e tradizionale che rievoca la rivolte contadine di 400 anni prima. Lo scontro per il comunismo e la giustizia sociale diventa un inno eroico del passato germanico. Di questa nuova idea si fa promotore il politico contadino Claus Heim che riesce a fondere in una miscela espolsiva alcuni tratti caratteristi della lotta di classe, con alcune istanze della lotta di popolo care alle cerchie nazionaliste, fino ad approdare ad un nichilismo attivo ed eroico presente unicamente nella classe contadina e militare. Alcuni storici hanno parlato di nazional-nichilismo, ma tale definizione è fortemente sminuitiva. Il bolscevismo prussiano riesce a coniugare perfettamente l’elemento classista di Marx, con la tradizionalità, il nazionalismo e l’eroicità del movimento contadino. La bandiera nera con la falce diventa contemporaneamente simbolo di lotta di classe e lotta della nazione, ed anzi proprio il protagonista dello scontro di classe, il contadino, è colui che più di tutti incarna i valori nazionali e tradizionali. Non esiste opera migliore di “Cuore Avventuroso” di Ernse Junger per comprendere la portata di questo nichilismo esplosivo:

“La distruzione è il solo mezzo che appare appropriato dinnanzi alla situazione attuale. Noi non saremo in nessun posto, dove la vampata esplosiva non ci abbia fatto strada, dove il lanciafiamme non abbia compiuto la grande pulizia attraverso il nulla.”
Ma secondo Junger il nichilismo è solo un atto temporale che precede la grande rivoluzione; è il momento della distruzione cui segue il glorioso momento della ricostruzione. Junger spiega in questi termini ciò che sta accadendo nella Germania dei suoi anni e ciò che accadde alla Russia qualche anno prima. La conseguenza di ogni nichilismo vincitore è il superamento dell’anarchia che ha generato in vista di un nuovo ordine politico-istituzionale e socio-economico. Ma junger si spinge ancor oltre e afferma, a ragione o a torto, che l’importanza del bolscevismo russo sta nel fatto che ha donato a tutti i ribelli del mondo un metodo strategico chiaro per combattere il capitalismo. Il bolscevismo è, in ultima analisi, la lotta contro l’Occidente americano e anglosassone. Questa lotta, secondo il filosofo tedesco, non avviene per uno scontro frontale, ma trae la sua forza e il suo antagonismo proprio dalle stesse dinamiche dell’Occidente capitalistico. Per combattere il Diavolo bisogna prima scendere a patti con il Diavolo stesso. L’occidente, con la sua sede di potere e la sua claustrofobica alienazione, ha generato un uomo distruttore e incurante dei bisogni sociali e nazionali. L’uomo borghese finisce così per sostituire l’idea metafisica di Dio con l’idea metafisica di tecnica. La tecnica sovrasta l’uomo capitalista, si fa adorare e chiede ingenti sacrifici. Il proletario russo, così come il contadino tedesco, scendendo a patti con il Diavolo stesso, utilizzeranno la macchina, massima espressione della tecnica, come mezzo di totale distruzione e ricustruzione del mondo moderno. Contadini e proletari finiranno così per usare contro il capitalismo proprio la macchina, l’arma più tagliene dell’Occidente. Il contadino - soldato tedesco diventa anche colui che superata la distruzione nichilista diventa l’uomo della tecnica, colui che da adoratore diventa signore della macchina. L’appropriazione della tecnica e il cambiamento della gerarchia uomo-macchina altro non è che la molla che permetterà la nascita di una nuova società. Proprio secondo questo ragionamento Junger giustificherà la scelta bolscevica dei contadini e dei proletari russi che, nonostante il loro forte sentimento religioso, seguirono degli agitatori laici si scagliarono contro il pietrismo, sostituendo, paradossalmente, il sacerdote con l’ingegnere. Solo qualche anno più tardi, dopo che Spengler aveva pubblicato alcuni suoi inediti riguardo la possibilità di un comunismo prussiano, Junger ci offre il suo capolavoro: “L’operaio“. In quest’opera la componente marxista cede il passo alle più personali teorie di Junger che, abbandonato il terreno delle lotte sociali, si concentra sui compiti purificatori del nichilismo attivo che aveva analizzato in “Cuore Avventuroso“. Quello che Junger ci descrive è un mondo di vasti imperi tecnologici retti e supportati proprio dall’Operaio, il signore incontrastato della tecnica, un tipo guerriero, sociale e tecnologico. Questo nuovo attore sociale vive una sorta di doppia personalità: da un lato si comporta come l’uomo del dopo-guerra, dall’altra si atteggia come un nuovo rivoluzionario mondiale. E’ proprio in questo profondo aspetto delle teorie jungeriane che prende corpo l’idea di un legame di sangue tra prussianesimo e comunismo; il primo come portatore della guerra mondiale (nichilismo attivo), il secondo come annunciatore della rivoluzione globale (comunismo). Dai due comportamenti dell’Operaio jungeriano sorge una reale possibilità tra nazionalismo tedesco e comunismo sovietico: il portatore della guerra mondiale prende corpo dei carristi e nei soldati tecnologici tedeschi negli anni 17-18, il proletario militante e globale, signore equo della tecnica, si concretizza nei volontari che infiammarono l’Ottobre del ‘17 russo. Questo perchè – dice il filosofo tedesco – la guerra in Germania ha la stessa valenza delle rivoluzioni in altri Stati. L’operaio-soldato è ormai una realtà, e se il comunismo dovrà essere il vero futuro della Germania, questo non sarà un semplice e sbiadito nazionalismo, ma la militarizzazione del comunismo stesso. Il sogno filosofico di Junger non fu solamente fantascienza, ma ebbe anche una sua rappresentazione politica nella Germania degli anni 30. Dopo la definitiva capitolazione del nazionacomunismo e le definitive dimissioni di Rantzau che sancivano così la fine del nazionalbolscevismo, occorreva si formasse un nuovo fermento culturale definibile ora di “bloscevismo prussiano”. Se Rantzau e Wolwwheim furono le figure cardine del passato, in questi anni fu Ernst Niekisch e il suo “Movimento di resistenza” a muovere le fila della politica bolscevico-prussiana. Niekisch proveniva dalle frange comuniste più accese della Germania, ma dopo qualche anno se ne distaccò approdando su posizioni nazionalcomuniste. Leggendo Marx, Spengler e Junger, ed osservando le forti lotte portate avanti da Claus Heim e dai suoi contadini, si decise a dar vita ad una prima grande ed unica ondata di bolscevismo prussiano. La tecnica che venne adottata fu quella della penetrazione in numerosi partiti, movimenti e riviste affichè si potesse influire sull’operato di queste sviluppando un ampia politica bolscevica e prussiana. Proprio in virtù di questa strategia i nuovi bolscevichi prussiani riuscirono a rivestire ruoli di prim ordine all’interno del KPD, quanto della socialdemocrazia tedesca. Contemporaneamente venivano influenzate le frange di contadini vicine a Claus Heim, i Corpi Franchi e alcuni ambienti nazionalisti e conservatori dell’ormai antica classe Junker. Dopo un primo momento di rapida espansione, che aveva permesso a numerosi gruppi giovanili di entrare nell’orbita del “movimento di resistenza” e l’inaugurazione di nuove testate giornalistiche del calibro di “Widerstand“, il bolscevismo prussiamo si arrestò per un breve periodo. L’esasperato nichilismo eroico aveva portato il movimento su posizioni fortemente anarchiche, snaturando così alla base la sua carica comunista e nazionalista. Lo scoppio di alcune insurrezioni contadine a Monaco aprono però a Niekisch le porte per un nuovo ciclo d’importanza cruciale. Uno delle più importanti divisioni dei Corpi Franci, la “Oberland” decide di schierarsi ideologicamente e non più solo strategicamente con i “bund” comunisti e con i contadini. Per Niekish è un trionfo. Di li a poco altre divisioni entrano nel movimento fino a creare una rete fittissima di organizzazioni che prende il nome di “Widerstandkameradschaften”, gestito da Drexel e Trogers. E il momento di massima espansione del fenomeno sino a qui descritto. Lo dimostra il crescente antagonismo tra bolscevismo prussiano e nazionalsocialismo. Intorno a Niekish si raduna anche l’estrema destra tedesca ormai allontanatasi, ed anzi contraria all’ascesa di Hitler, come testimonia il costante carteggio tra Strasser (assassinato qualche anno dopo dalle SS nella notte del lunghi coltelli) e i dirigenti del movimento di resistenza. Altra testimonianza è il piccolo pamphlet scritto dallo stesso Niekish dove elenca in maniera dettagliata tutti i pericoli dell’ascesa dell’Hitlerismo; primo fra tutti l’allontanamento strategico e ideologico dalla Russia bolscevica. La nascita quasi isterica di giornali e movimenti riconducibili all’area prusso-bolscevica, come il settimanale nazionalrivoluzionario “Entscheidung”, il giornale di Strasser “Schwarze Front”, il gazzettino contadino della Slesia “Die Schwarze Fahne”, il giornale ultra rurale “Blut und Boden” e tanti altri, fanno solo da contro altare alla lenta agonia dell’intera ondata bolscevico-prussiana. Tra le cause principali di questo improvviso declino è l’ascesa infrenabile del nazionalsocialismo che, negli anni successivi, sarà molto attento ad eliminare tutti gli aderenti del “brutto tiro delle Bande Nazionalcomuniste”. L’ultimo tentativo, vano, fu l’elezione dal carcere di Claus Heim alle nazionali del 1932. I risultati dimostrarono come ormai il sogno del bolscevismo prussiano, supportato solamente dagli indomabili contadini, dai pochi comunisti e da molti movimenti nazionalisti giovanili, aveva lasciato spazio alla politica hitleriana. Il nazionalcomunismo che, dopo lunghi anni di confusione e mancanze ideologiche, era riuscito finalmente a fondare una chiara dottrina politica che seguisse dettami teoretici limpidi e provocasse azioni politiche collegate ad essi, venne schiacciato dalle elezioni degli anni 30. L’operaio teconologico, il signore della tecnica, il contadino soldato che faceva del suo nichilismo eroico le base di un nuovo comunismo prussiano, non ressero lo scontro con l’uomo del sangue ariano e della tradizione germanica: un era di fermento culturale, intellettuale e politico si era ormai definitivamente chiusa.

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idee / Nazionalcomunismo: mito o dottrina politica? (parte 1)
« il: Dicembre 20, 2012, 04:02:53 pm »
All’interno degli ambienti radicali si guarda con sempre maggior interesse al nazionalcomunismo o, parimenti, al nazional bolscevismo. Molte iniziative recenti, non ultima la pubblicazione di dieci dvd dal titolo “Ci chiamavano nazi-mao” in vendita grazie al quotidiano Rinascita, hanno avvicinato un nuovo e curioso pubblico che vuole addentrarsi sempre più nella questione nazionalcomunista. La nascita di molti movimenti in questa direzione sottolinea una volta di più questo crescente interesse . Ma che cos’è il comunismo nazionale, definizione paradossale se si pensa all’internazionalismo che ha sempre caratterizzato i comunismi? Si tratta di un mito, di una deduzione utopica di alcuni intellettuali o, piuttosto, è una reale dottrina politica che sta lentamente assemblando i suoi meccanismi teorici? Per cercare di comprendere se esista o meno un comunismo nazionale dobbiamo tener ben presenti due postulati fondamentali. Il primo è diffidare completamente dei moderni gruppi che si rifanno a tale denominazione. Il motivo è abbastanza semplice: essendo il nazionalcomunismo debitore tanto dei nazionalismi, quanto dei socialismi, (come vedremo in seguito) ad oggi esistono unicamente  gruppi che tendono a dare una connotazione spiccatamente nazionalista oppure fortemente socialista, finendo così per azzerare lo stesso senso rivoluzionario del nazionalcomunismo. Il secondo aspetto di fondamentale importanza riguarda il contesto storico. L’Europa degli anni venti e trenta del secolo scorso è stata la culla di nuove idee e nuovi metodi politici. La situazione economica ed internazionale aveva permesso il fiorire di nuovi sistemi. Accanto ai grandi pensatori come Lenin, Gramsci, Junger, Nietzsche, Spengler, e tanti altri, andavano sviluppandosi nuove cerchie culturali che molto spesso finivano per fondersi a vicenda, separarsi improvvisamente, mutare secondo direttive di diversi gruppi politici. Proprio in questi anni vede la luce il comunismo gerarchico di Ugo Spirito, il comunismo nazionale, il socialismo nazionale e tutta la cosiddetta “sinistra fascista”, i movimenti contadini tedeschi, il comunismo anarchico e l’anarchismo di destra, i futurismi, le comunità utopiche, i movimenti giovanili da quelli collettivisti fino a quelli conservativi, fino ad arrivare all’ascesa dei tre grossi blocchi totalitari: lo stalinismo, l’Hitlerismo e il fascismo italiano. Eppure, prima della nascita dei grandi totalitarismi del ‘900, la situazione politico-intellettuale era davvero caotica. Definire quindi il nazionalcomunismo, come una qualsiasi altra teoria politica dell’epoca, è davvero impresa ardua visto il contesto complesso e il frenetico mutare dei quadri politico-teorici. Non è una rarità imbattersi in pensatori che prima condividevano un medesimo epnsiero e, poco dopo, sparavano da opposte barricate. Tener ben presente che da un lato bisogna diffidare dei prodotti moderni e  dall’altro bisogna essere estremamente cauti nelle valutazioni storiche, ci permette di affrontare la grossa incognita del nazionalcomunismo.

 

Il tentativo nazionalbolscevico borghese

Il nazionalcomunismo non poteva che svilupparsi in uno stato europeo dove fosse forte la lotta sociale e altrettanto radicato fosse il sentimento nazionale e tradizionale. In Francia nei primi del ‘900 si svilupparono piccole comunità borghesi che professavano un drastico rinnovamento sociale di giacobina memoria e un altrettanto forte attaccamento al contesto nazionale. Ma se dobbiamo scegliere quale fu la vera culla del nazionalcomunismo questa fu indubbiamente in Germania. La Germania di tardo ‘800 e fino agli anni 30 del ‘900 conservava tutte le dinamiche affinchè si venisse a creare un nuovo fronte politico fino ad allora sconosciuto; il nazionalcomunismo appunto. Vuoi per la sua posizione geografica che costringeva il Reich a guardare ad est verso lo sconfinato impero zarista e futuro impero comunista, vuoi per la crescita spaventosa di movimento comunisti e socialisti a seguito della pesante industrializzazione, vuoi per l’incredibile sviluppo culturale e politico o per il radicamento del senso della patria, dell’onore e dello junkerismo, la Germania non poteva che dar vita ad un complesso e dinamico fermento politico capace di generare le grandi eresie politiche del secolo scorso. Il Nazionalcomunismo o nazionalbolscevismo, espressioni ambigue e grottesche, rientrano in questo contesto tutto tedesco. Lo stato di Bismarck, inteso come una confederazione di stati tedeschi sotto il controllo del grande Reich prussiano, aveva dimostrato che la pretesa di creare un grande impero conservativo, militarista ed autoritario era pura utopia. Lo stato bismarckiano divenne ben presto uno stato borghese a sviluppo capitalistico, impregnato di valori tradizionali e autoritarismo. Tuttavia il sogno di creare uno stato moderno che conservasse le caratteristiche del Reich medioevale e dei suoi ordini cavallereschi era velocemente crollato. L’apertura libero-scambista aveva permesso il rapido sviluppo tanto della classe operaia, quanto di quella borghese, a scapito dei contadini, del piccolo artigianato e degli Junker. L’apertura economica favorì anche una profonda svolta geopolitica: la Germania guglielmina e post-bismarckiana guardava ora con maggior interesse all’Occidente europeo, alla Francia, all’Inghilterra e alle potenze economiche olandesi e svedesi, piuttosto che ai grandi regni ed imperi Orientali con cui aveva sempre tessuto importanti rapporti e accordi come dimostrano numerose relazioni con il regno Polacco, l’Impero Auburgico, l’impero Zarista e quello Ottomano. Dal canto loro le stesse potenze orientali stavano lentamente perdendo quell’importante mediatore tra la moderna Europa borghese, nazionale e capitalista e i vecchi imperi tradizionali e aristocratici. La Germania, testa di ponte del grande blocco euroasiatico o, per dirla con le parole di Mackinder, intermediario tra Hearland e Inner Crescent aveva perso il suo importante ruolo geopolitico per diventare parte integrante delle potenze Occidentali. Il culmine di questo tipo di politica estera fu la caduta della Triplice Alleanza e il non rinnovamento dell’importantissimo Trattato di Controassicurazione con la Russia che simboleggiava l’ultimo gancio in grado di legare Germania e Russia. L’imborghesimento e l’occidentalizzazione della Germania comprendeva ovviamente anche una nuova politica estera. La Francia, da sempre avversa ai popoli tedeschi, decise una nuova alleanza proprio con la Russia così da contrastare il Reich nelle grande sfida borghese dell’egemonia europea. In questa situazione, volente o nolente, la Germania fu costretta a guardare nuovamente ad Est contro i potenziale nemico Russo (cosa che puntualmente accadde con lo scoppio della prima guerra mondiale). In questo nuovo contesto di politica estera la Germania occidentale e borghese, minacciata ad Occidente dalla Francia e ad Oriente dalla Russia, dovette creare il Nazionalbolscevismo. In questo senso il nazionalbolscevismo tutto era tranne che una dottrina politica, economica o sociale, si trattava piuttosto di una creazione che rispondeva a delle ben chiare necessità di politica estera. La Germania, per cercare di coprirsi almeno ad Oriente, doveva supportare i più caparbi nemici della Russia Zarista: i bolscevichi! A questa necessità della politica borghese tedesca si deve la nascita del nazionalbolscevismo che, sin dal nome, rende chiaro l’obbiettivo: la sicurezza nazionale passa per il supporto al bolscevismo per indebolire il nemico russo. Nel 1913 vennero pubblicati a Berna dei documenti segreti che vennero intitolati “La congiura tedesco-bolscevica” ove era documentata l’intera politica estera dello Stato Maggiore tedesco. I documenti trattavano tanto dell’impresa di portare Lenin in Russia con dei treni organizzati e “fortificati”, quanto dei fondi donati dalla Reichsbank alle milizie bolsceviche russe. La congiura tedesco-bolscevica è un dato fondamentale ai fini della nostra intagine storica. Questi documenti non solo testimoniano come il nazionalbolscevismo altro non fosse che uno strumento della politica estera germanica volto ad indebolire il nuovo nemico, ma ci permettono di osservare attentamente anche il cambiamento della società tedesca. L’aiuto economico, militare e logistico del Reich ai rivoluzionari russi fu quindi opera di uno stato ormai impregnato dai valori e dall’etica borghese, e che usò tali mezzi per difendere la propria supremazia economica e la propria struttura tributaria. Il vecchio stato prussiano, fortemente reazionario e aristocratico, aveva quindi lasciato libero spazio alla nascente repubblica di Weimar, massima espressione della corruzione borghese, dell’instabilità politica e del disastro sociale. Ci fu, negli stessi anni, un tentativo nazionalbolscevico che non risponde alle necessità geopolitiche della Germania guglielmina; fu un tentativo isolato che però merita di essere discusso. In quegli anni, prima del trattato di Versailles, il conte Ulrich zu Brockdorff-Rantzau, discendente di un’importante famiglia Junker che vantava importanti ufficiali al servizio del Regno di Danimarca prima e di Prussia dopo, cercò di dare un senso ideologico al nazionalbolscevismo. Rantzau si formò politicamente nella cerchia, sempre più ristretta, di Junker ultra-conservatori da cui venne progressivamente allontanato per le sue eccessive simpatie socialiste; tanto che qualche anno dopo gli venne attribuito, in modo dispregiativo, il soprannome di “Conte Rosso”. Rantzau, aristocratico della regione dell’Holstein, abbandonò la vita di palazzo per dedicarsi alla politica attiva. Fu uno degli ideatori della congiura prussiano-bolscevica e uno degli accompagnatori di Lenin in Russia e soprattutto fu il rappresentante della sconfitta Germania ai trattati di Versailles. Secondo il “Conte Rosso” proprio il trattato di pace doveva sancire la nascita di una nuova rivoluzione germanica. Una rivoluzione che fosse in grado di fondere la tradizione culturale germanica con la nuova ondata rivoluzionaria socialista e comunista. Non a caso il discorso, mai pronunciato, che Rantzau avrebbe dovuto tenere davanti ai politici della repubblica di Weimar sarebbe terminato con questa celebre esortazione:

“[...] l’implacabile dichiarazione di guerra contro il Capitalismo e l’Imperialismo, dei quali la pace di Versailles è il documento progettuale.”
La rivoluzione socialista avrebbe dovuto sollevare l’intera spiritualità del popolo tedesco, un popolo di contadini e di soldati, contro il nemico Occidentale, borghese, capitalista ed imperialista. Il nemico era quel modello Occidentale che aveva prima sconfitto la gerarchia e la reazione del Reich durante la Grande Guerra, e poi umiliato un popolo ridotto alla fame e alla povertà con il trattato di Versailles. Quando Rantzau si fece portavoce di questa nuova politica venne seguito da pochi; solo alcuni Junker che avevano rigettato la politica reazionaria e alcuni circoli comunisti lo seguirono. Brockdorff-Rantzau si trovò quindi unico rivoluzionario tedesco in una società di piccolo borghesi e di operai illusi. La borghesia e l’aristocrazia, come abbiamo visto, dopo il trattato di Versailles scesero a compromessi con i comunisti non per pensiero politico, ma per una chiara necessità strategica. Se la borghesia tedesca cercava di sfuggire alla durezza e all’ingiustizia del trattato alleandosi provvisoriamente ai comunisti, i comunisti tedeschi, divisi sugli strumenti di lotta e sugli obbiettivi,  non riuscivano a risvegliare quel forte sentimento pattriottico, così sentito in Germania, che sarebbe stata la miccia di una nuova rivoluzione. Il Conte e i suoi seguaci apparivano quindi come figure quasi estanee e, tutto sommato, tragiche, schiacciate dalla forza degli eventi che travolgevano i loro progetti e sogni politici. Eppure, nonostante il tentativo nazionalbolscevicco del “Conte Rosso” fosse stato superato dal corso degli eventi e non avesse trovato grosso seguito nè a livello teoretico, nè a livello d’azione politica, tanto da poter essere considerato l’ennesimo tentativo nazionalbolscevico borghese, qualche cosa, in lontananza, si stava muovendo. Già nel Novembre del 1919, 5 mesi dopo l’accordo di Versailles, ad Amburgo ci furono numerosi incontri tra teorici pan-germanici e comunisti radicali del calibro di Wolffheim. Questo primo nucleo nazionalbolscevico in senso stretto si radunò intorno alla cerchia di Laufenberg e dello stesso Wolffheim, nonchè alla loro rivista “Freie Vereinigung zum Studium des deutschen Kommunismus” (Libera associazione per lo studio del comunismo), su cui scrivevano anche conosciuti nazionalisti provenienti dall’aristocrazia degli Junker che si erano inizialmente avvicinata ai movimenti comunisti per motivi di politica estera. Attorno a questo piccolo nucleo nazionalbolscevico si formarono importanti personalità di intellettuali, politici e militanti, come i fratelli Gerhard e Albrecht Guenther che, tra le tante iniziative, scrisse l’emblematico saggio “Der Kommunismus – eine nationale Notwendigkeit. Offener Brief an Herrn Generalmajor von Lettow-Vorbeck” ( Il Comunismo – una necessità nazionale. Lettera aperta al Maggiore Generale von Lettow-Vorbeck). Da Amburo la prima ondata nazionalbolscevica mosse verso la Germania Orientale, passado anche per Berlino dove il movimento venne amministrato dal Consigliere di Stato Sevin e dal comunista radicale Fridrich Wendel. Un ulteriore spinta al nazionalbolscevismo venne data dall’ingresso nel movimento dei famigerati Corpi Franchi, nazionalisti che ormai delusi dalla politica reazionaria e borghese, nonchè dal fallito putsch di Kapp, decisero di entrare in contatto con il proletariato rivoluzionario. Fuorno moltissimi in nazionalisti pan-germanici che rigettarono il nazionalismo fino ad allora inteso come esasperazione della nazione borghese, a favore di un nuovo nazionalismo proletario il cui fondamendo era la figura del lavoratore e del contadino come depositario della cultura di un intero popolo e di un intera nazione. Anche nelle più alte cariche dell’esercito si svilupparono tendenze nazionalbolsceviche come riferisce il conte Reventlow, secondo cui secondo cui le divisioni di frontiera i Turingia e Prussia Orientale ormai cercavano una politica di interscambio con i comunisti locali, mentre ufficiali e capitani, come Erhardt,  portavano avanti delle vere e proprie missioni di propaganda, seguiti da altrettanti accordi e colloqui segreti le cui basi comuni erano la rinnovata alleanza con l’Impero Russo di Lenin, la nascita di uno stato germanico-sovietico militarmente armato contro l’Occidente borghese, e la sollevazione delle masse proletarie e, per così dire, nazionaliste. La guerra Russo-Polacca fu un possibile trampolino di lancio per i nascenti gruppi nazionalbolscevichi. Quel che risulta certo dallo studio di alcuni trattati non ufficiali, ma segreti e personali, è che molti ufficiali dell’esercito tedesco cercarono di aiutare l’Armata Rossa nella sua discesa verso Varsavia. Per di più si trattava di pezzi da novanta come il Ministro della Difesa o come il Capo della Direzione dell’Esercito, piuttosto che il generale Schleicher o il generale e barone von Hammerstein. Non sono sempre chiari i rapporti che intercorsero tra gli ufficiali delle Forze Armate del Reich e l’Armata Rossa, quel che è certo è che entrambe le parti si mossero per cercare di tagliare fuori da una parte dal borghesia antibolscevica tedesca e dall’altra l’immenso gruppo socialdemocratico antimilitarista. Questa prima esperienza nazionalbolscevica si conclude con il Trattato di Rapallo sui cui tavoli Russia comunista e Repubblica tedesca si trovarono più volte in forte sintonia. Certo il Trattato di Rapallo con cambiò nulla all’orientamento filosofico del nazionalbolscevismo, ma piuttosto rientrava in quelle scelte di realpolitik operata dalla classe borghese tedesca, indi per cui anche gli accordi tra Russia e Germania a Rapallo rientrano a pieno diritto nel nazionalbolsvevismo di estrazione borghese. Ciò non toglie che non furono certo pochi i politici e gli intellettuali che, con grande lungimiranza, videro il trattato come un nuovo inizio della politica estera tedesca e un successivo rinnovamento rivoluzionario della nazione stessa. Uno di questi pensatori fu il barone von Maltzau che non a caso venne pubblicamente denigrato su alcune riviste ultra nazionaliste,  reazionarie  e anticomuniste serbe che accusavano Maltzau di una nuova congiura prosso-bolscevica, fantasticando su accordi segreti che avrebbero trasformato di li a poco la Germania in uno stato sovietico e l’armata del Reich in una riserva europea dell’Armata Rossa. Purtroppo  le politiche estere filo-orientali sancite dal trattato di Rapallo non vennero seguite a dovere, preferendo alla Russia comunista i piani economici statunitensi e le intromissioni di fondi anglosassoni.



La conseguenza quindi più importante del Trattato di Rapallo fu la nomina del “Conte Rosso” Brockdorff-Rantzau ad Ambasciatore a Mosca. Lavoro a Mosca per anni con una forza di volontà e una sistematicità non indifferenti, ottenendo anche due importanti successi: nel 1925 la stesura del Contratto consolare e marittimo russo-tedesco e, nell’aprile del 1926,  il Trattato di Berlino o Rantzau , che avrebbe dovuto riconfermare gli accordi presi a Rapallo. Il paradosso fu che quasi contemporaneamente, nello stesso aprile, la Germania firà anche il Trattato di Locarno con cui la nazione tedesca si impegnava ad entrare nella Società delle Nazioni. Il “Conte Rosso” si impegnò fino all’ultimo affinchè la Germania non firmasse il Trattato di Locarno, pensando anche di dimettersi in forma di protesta. Si dice che Rantzau affermò, dopo la firma, di aver commeso il più grosso errore politico nel non essere stato in grado di dimostrare ai tedeschi che una politica estera  filo-russa non poteva andare di pari passo ad un asservimento in politica interna all’Occidente di Versailles. Con Locarno si chiude il primo tentativo nazionalbolscevico, dimostrando l’impossibilità, all’interno di uno stato capitalistico e borghese, di promuovere una politica estera rivoluzionaria partendo da dei paradighi conservatori.

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estera / Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai
« il: Dicembre 11, 2012, 03:18:42 pm »

Il 5 dicembre scorso si sono riuniti a Biškek, in Kirghizistan, i capi di governo dei Paesi membri a pieno titolo dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (Russia, Cina, Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan) e dei Paesi membri osservatori (Afghanistan, Iran, Mongolia, Pakistan e India). Il primo ministro kirghiso Žantoro Satibaldjev, dopo aver dato il benvenuto agli ospiti, ha posto l’accento sulla decisiva questione legata alla cooperazione industriale e commerciale tra i sei Stati raccolti nell’organizzazione intergovernativa, per cercare di favorire le economie più arretrate, distanti anni luce da quelle più forti presenti in Russia, in Cina e in Kazakistan. Ha dunque auspicato che i progetti più importanti nell’agenda del summit trovino presto una loro realizzazione definitiva attraverso la creazione di un fondo di sviluppo comune e la definizione di programmi di sostegno finanziario alle piccole e medie imprese delle aree centrasiatiche più critiche sia dal punto di vista della coabitazione interetnica sia dal punto di vista dello sviluppo economico e sociale.

L’instabilità dell’ex repubblica sovietica è uno dei fattori che suscita maggiore preoccupazione nell’analisi geopolitica della massa eurasiatica. Il definitivo salto di qualità che l’appannata economia nazionale dovrebbe compiere è diventato il biglietto da visita del nuovo presidente Almazbek Atambaev, eletto alla fine del 2011 dopo la chiusura della parentesi amministrativa provvisoria di Roza Otunbaeva. Senza stabilità sociale non esiste una reale stabilità politica, soprattutto in un Paese che, come dimostra la Rivoluzione dei Tulipani di sette anni fa, è sempre sull’orlo di implodere. Perciò è quanto meno preoccupante il fatto che la Russia continui a rimandare l’appuntamento con la storia che si è data lo scorso anno, quando avviò i lavori per la costruzione di un’Unione Eurasiatica che sappia andare oltre la mera ridefinizione dello spazio comune sotto l’aspetto doganale.

Il primo ministro cinese Wen Jiabao, dal canto suo, si è detto disposto a stanziare un finanziamento pari a 10 miliardi di dollari per una nuova linea ferroviaria che colleghi la Cina, il Kirghizistan e l’Uzbekistan, al fine di facilitare ed intensificare i rapporti commerciali e militari tra le parti, soprattutto nell’ambito della sicurezza collettiva (lotta al narcotraffico e al terrorismo). Wen Jiabao ha anche sottolineato come in Kirghizistan e in Tagikistan sia ormai divenuta prioritaria la questione relativa alla sicurezza alimentare. Prevalentemente montuose, queste due nazioni dipendono eccessivamente dall’agricoltura e basano il loro sistema di forze produttive sulla sola eredità industriale dell’era sovietica, senza aver acquisito, nella fase di transizione, la necessaria capacità di adattamento al sistema di mercato. Per quanto concerne il Tagikistan, inoltre, è sempre più evidente la disparità economica ed infrastrutturale interna tra la regione settentrionale di Leninabad e la provincia autonoma meridionale del Gorno-Badachšan, focolaio di molti problemi di stabilità interetnica e interreligiosa.

Il primo ministro russo Dmitrij Medvedev ha ribadito la necessità di sviluppare sistemi di trasporto veloci per abbattere i lunghi tempi di percorrenza delle merci ma ha anche posto l’accento sull’importanza di coordinare i sistemi di credito interbancari tra i Paesi membri, suggerendo di valorizzare tutti i progetti in base alla sola efficienza economica. Un principio che non convince e non soddisfa le urgenze sociali dell’Asia Centrale.

Interessantissimo è stato invece l’intervento del vicepresidente afghano Karim Khalili. Questo è stato infatti il primo incontro ufficiale da quando la Repubblica Islamica guidata da Amid Karzai ha fatto ingresso all’interno del gruppo dei membri osservatori, affiancandosi dunque ad Iran, Mongolia, Pakistan ed India. Khalili ha ovviamente posto l’accento sulle condizioni critiche del proprio Paese e ha ricordato che nel 2014 le truppe della coalizione ISAF, in base a quanto stabilito dal comando statunitense CENTCOM, si dovrebbero ritirare definitivamente dal territorio nazionale. A quel punto, le questioni relative alla sicurezza collettiva diventerebbero di esclusiva competenza di un governo che in questi undici anni di guerra ad intensità variabile non è riuscito ad acquisire né i mezzi né l’adeguata capacità di affrontare simili sfide geopolitiche. È per tanto stata avanzata una richiesta ufficiale all’Organizzazione di Shanghai, affinché possa inviare alcuni dei reparti militari attivi nell’ambito della Struttura Regionale Antiterrorismo (RCTS). Khalili ha detto in modo chiaro: “Ci auguriamo che l’Afghanistan non solo riceva assistenza su basi bilaterali, ma che sia anche pronto a collegarsi con i progetti internazionali della OCS”.

È evidente che, se mai le truppe dell’ISAF dovessero veramente ritirarsi in modo completo e definitivo dall’Afghanistan, lo farebbero per due ordini di motivi: anzitutto per questioni di necessità economica in relazione alle parziali riduzioni della spesa militare concordate dalla NATO nel quadro della Smart Defense, ed in secondo luogo alla luce di un piano di trasferimento di un consistente numero di uomini e di mezzi dal Medio Oriente e dall’Asia Centrale verso la regione Asia-Pacifico, come facilmente intuibile dalla dottrina strategica annunciata da Obama nel gennaio di quest’anno. Suona perciò strana, oltre che controproducente, la simultanea concessione russa alla NATO di uno scalo aereo nella città di Uljanovsk per interventi di tipo logistico in Afghanistan.

Se la volontà del nuovo corso intrapreso dal Paese, dopo l’evidente fallimento gestionale nordamericano, è quella di integrare le sue politiche di sicurezza e cooperazione nelle direttrici geopolitiche e geostrategiche dell’OCS, basterà accoglierlo ed assecondarne le richieste, evitando nettamente qualsiasi tipo di complicazione.

http://www.eurasia-rivista.org/a-biskek-va-in-archivio-il-vertice-dei-capi-di-governo-dellorganizzazione-per-la-cooperazione-di-shanghai/18142/

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filosofia / «Servizio allo Stato» e burocrazia
« il: Settembre 25, 2012, 03:39:58 pm »
di Julius Evola


Un segno caratteristico della decadenza dell’idea di Stato nel mondo moderno è la perdita del significato di ciò che, in un’accezione superiore, è servizio allo Stato. Dove lo Stato di presenta come l’incarnazione di una idea e di un potere, in esso hanno funzione essenziale classi politiche definite da un ideale di lealismo, classi che nel servire lo Stato sentono un alto onore e che su tale base vanno a partecipare dell’autorità, della dignità e del prestigio inerenti all’idea centrale, tanto da differenziarsi dalla massa dei semplici, «privati» cittadini. Negli Stati tradizionali tali classi furono soprattutto la nobiltà, l’esercito, la diplomazia e, infine, ciò che oggi si chiama burocrazia. Su quest’ultima vogliamo svolgere qualche breve considerazione.

Quale si è definita nel mondo democratico moderno dell’ultimo secolo, la burocrazia non è più che una caricatura, una immagine materializzata, sbiadita e sfasata di ciò a cui dovrebbe corrispondere la sua idea. Anche a prescindere dall’immediato presente, nel quale la figura dello «statale» è divenuta quella squallida di un essere in lotta perenne col problema economico, tanto da esser ormai l’oggetto preferito di una specie di ludibrio e di amara ironia, anche a prescindere da ciò, il sistema stesso presenta tratti deprecabili.

Negli Stati democratici attuali si tratta di burocrazie prive di autorità e di prestigio, prive di una tradizione nel senso migliore, con personale pletorico, grigio, mal retribuito, specializzato in pratiche lente, svogliate, pedanti e farraginose. L’orrore per la responsabilità diretta e il servilismo di fronte al «superiore» qui sono altri tratti caratteristici; in alto, un altro tratto ancora lo è una vuota ufficiosità.

In genere, il funzionario statale medio oggi ben poco differisce dal tipo generale del moderno «venditore di lavoro»; effettivamente negli ultimi tempi gli «statali» hanno assunto proprio la figura di una «categoria di lavoratori» che segue le altre sulla via delle rivendicazioni sociali e salariali a base di agitazioni e perfino di scioperi –cose assolutamente inconcepibili in uno Stato vero e tradizionale, inconcepibili quanto un esercito che ad un dato momento si mettesse in sciopero per imporre allo Stato, inteso come un «datore di lavoro» sui generis, le sue esigenze. In pratica, oggi si diviene impiegati dello Stato quando non si è capaci di iniziativa e non si ha nessuna migliore prospettiva, in vista di uno stipendio modesto sì, ma «sicuro» e continuo: quindi in uno spirito più che piccolo borghese e utilitario.

E se nella bassa democrazia la distinzione fra chi serve lo Stato e un qualsiasi lavoratore o impiegato privato a questa stregua è dunque quasi inesistente, nelle alte sfere il burocrate si confonde col tipo del politicante insignificante e del «gerarchino». Abbiamo «onorevoli» e «persone influenti» investite del potere governativo, ma il più spesso senza la controparte di una vera e specifica competenza, le quali nei rimpasti ministeriali afferrano e si scambiano i portafogli dell’uno o dell’altro ministero, affrettandosi a chiamare a sé amici o compagni di partito, avendo in vista meno il servire lo Stato o il Capo dello Stato, quanto il trar profitto dalla propria situazione.

Questo è il quadro triste che oggi presente tutto ciò che burocrazia. Possono influirvi ragioni tecniche, lo smisurato accrescersi delle strutture e delle superstrutture amministrative e dei «poteri pubblici»: ma il punto fondamentale è una caduta di livello, la perdita di una tradizione, l’estinguersi di una sensibilità, tutti fenomeni paralleli a quello del tramonto del principio di una vera autorità e sovranità.

Ci sovviene del caso di un funzionario, che apparteneva a nobile famiglia, il quale presentò le sue dimissioni allorché la monarchia del suo paese crollò. Gli fu chiesto con stupore: «Come mai potevate fare il funzionario, voi che, ricco a milioni, non avevate bisogno di uno stipendio?». Lo stupore di chi si sentì fare una simile domanda non fu minore di quello di chi gliela aveva rivolta: perché egli non poteva concepire onore maggiore di quello di servire lo Stato e il sovrano. E, dal lato pratico, in ciò non si trattava di una «umiltà», ma dell’acquisto di un prestigio, di un «rango», di un onore. Ma oggi chi, più dello stesso mondo burocratico, si stupirebbe e riderebbe se, mettiamo, in questo spirito il figlio di un qualche grosso capitalista ambisse a diventare…uno «statale»?

Negli Stati tradizionali lo spirito antiburocratico, militare del servire lo Stato ebbe quasi un simbolo nell’uniforme che, come i soldati, i funzionari indossavano (si noti il desiderio di riprendere tale idea, nel fascismo). E di contro allo stile dell’alto funzionario che fa servire il suo posto alle sue individuali utilità, vi era, in essi, il disinteresse di una impersonalità attiva. Nella lingua francese l’espressione: «On ne fait pas pour le Roi de Prussie» vuol dire presso a poco: non lo si fa quando non ci viene un soldo in tasca. È un riferimento a quel che, per contro, fu lo stile di puro, disinteressato lealismo che costituì il clima nella Prussia federiciana. Ma anche nel primo self-government britannico le funzioni più alte erano onorarie e affidate a chi godesse di una indipendenza economica, appunto per garantire la purità e l’impersonalità della funzione, e, non meno, il corrispondente prestigio.

Come si è accennato, la burocrazia in senso deteriore si è formata parallelamente alla democrazia, mentre gli Stati dell’Europa centrale, per esser stati gli ultimi a conservare tratti tradizionali, conservano anche molto dello stile del puro, antiburocratico «servire lo Stato».

Mutare le cose, specie in Italia, oggi è impresa disperata. Vi sono gravissime difficoltà tecniche, anche finanziarie. Ma la difficoltà massima è ciò che deriva dalla caduta generale di livello, dallo spirito borghese, dallo spirito materialista e tornacontista, dalla carenza di una idea di vera autorità e sovranità.

http://www.juliusevola.it/risorse/template.asp?cod=737&cat=EVO

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economia / Altro che crescita! Con Monti, il peggior PIL dal 2009
« il: Settembre 25, 2012, 11:40:50 am »
Di Martino
http://www.iljester.it
Le immense baggianate che continuano a propinarci questi signori del Governo Tecnico non possono aggirare i dati economici. E i dati ISTAT parlano chiaro: il nostro PIL, nel periodo aprile-giugno, è diminuito dello 0,8% rispetto al trimestre gennaio-marzo, mentre del 2,6% rispetto al secondo trimestre del 2011.

Altro che crescita. Crescita del menga! L’Italia è un paese al collasso, costretto com’è a sopportare i costi della speculazione finanziaria, con una pressione fiscale che sfiora il 55%. Il paese si colloca dietro tutte le grandi economie del mondo ed è l’unico paese che non cresce. Gli USA crescono dello 0,4%, mentre la Germania cresce del 0,3%. Alle nostre spalle, naturalmente.
Poi però abbiamo quel geniaccio di Monti, che spara le sue proverbiali assurdità. Ecco cosa dice:

Sono fiducioso nel ritenere che la parte del programma relativa all’austerità si ridurrà gradualmente. Serviva ridurre rapidamente il deficit. Ma l’Italia tornerà a crescere nel 2013, questa è la mia attesa.

Ma… ma dove vive questo? Il 2013 è alle porte e i consumi sono crollati peggio delle torri gemelle. I dati non sparano cazzate, dicono la tremenda verità: Agricoltura -1,9%; Industria -1,6%; Servizi -0,5%; Consumi Famiglie -1%. Questo nell’ultimo trimestre. Se questo è il trend, e a governare il paese ci andrà la sinistra delle tasse, la crescita la vedremo alle calende greche. Se poi ci aggiungiamo un livello della disoccupazione da record: 10,9% nel primo trimestre 2012, allora, possiamo dire che siamo alla sagra delle assurdità.

Ah, però intanto possiamo consolarci con la spesa nella pubblica amministrazione. Quella non diminuisce mai. Anzi, cresce: +0,2%. Perché lo Stato ha fame, e certe imposte inique vanno a finanziare oltre che gli interessi da restituire alle banche della speculazione, anche la burocrazia inefficiente, così refrattaria a qualsiasi riforma che ne tagli i costi.

Bugie, solo bugie. Ecco cosa ci propina il Governo Monti da dieci mesi a questa parte. E tutto per giustificare la sospensione della democrazia e tenerci buoni, mentre l’Italia si svende al peggior offerente in Europa e nel mondo. Continuiamo pure a parlare della Polverini… vah…

Fonte:http://www.iljester.it/altro-che-crescita-con-monti-il-pil-peggiore-dal-2009-mentre-aumenta-la-spesa-della-burocrazia.html

http://informazioneconsapevole.blogspot.it/2012/09/altro-che-crescita-con-monti-il-pil.html

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estera / LA SOTTILE PROPAGANDA TEDESCA DEI BANKSTERS
« il: Settembre 25, 2012, 11:35:53 am »
DI R.P.
rinascita.eu

Tra i tanti venti di crisi che soffiano sul nostro Paese, c’è un pericolo che aleggia nell’aria e che, forse, è inavvertito dai più: un sempre più forte spirito antitedesco, sostenuto apertamente dalla destra sionista, dalle nicchie residue di marxismo leninista, e più ancora dalla mediocrità degli opinionisti e dei giornalisti televisivi, che ormai parlano dei contrasti economici fra il Governo tedesco e gli altri governi europei come se si trattasse di una contesa fra bottegai, o peggio ancora una partita di calcio.

Si prenda ad esempio la questione dello “spread”. Dopo mesi passati ad illustrarci i movimenti di mercato che lo creavano, i motivi per cui gli “investitori” non si fidavano di Berlusconi, siamo arrivati addirittura alla conclusione che, ora, a determinarlo, non sia altro che la Merkel. Se si riflette sull’informazione mass mediatica dominante, dunque, parrebbe che l’Europa sia un’economia orientata dalla Bundesbank e dalla borsa di Francoforte; la BCE una succursale della finanza tedesca.

Nel complesso sta emergendo l’idea di un’egemonia tedesca sul continente europeo. Su questa linea si può andare più avanti, evidenziando come i tedeschi abbiano ottenuto, al prezzo di strozzare l’Europa meridionale, gli obiettivi espansionistici mancati nelle due guerre mondiali, di cui naturalmente sarebbero gli unici responsabili. Si potrebbe anche affermare che la durezza della Merkel e dei suoi economisti esprima la sostanziale brutalità del carattere tedesco di sempre, come affermò a suo tempo Schirer nella sua opera sulle origini del III Reich. Brutalità attenuata! Una catastrofe imposta a Roma e ad Atene, in modo più soffice e indiretto, senza i Panzer, ma la sostanza sarebbe la stessa.

Ma in questo contesto dove sono finite la City londinese e Wall Street?

E le agenzie di rating risiedono nella Weimar di Goethe o in una squallida street newyorkese?

Il termine stesso PIGS, per indicare i paesi deboli dell’Euro su cui scatenare la tempesta speculativa di questi due anni, dov’è stato formulato? A Londra o sotto la solenne Porta di Brandeburgo, cuore della vera Germania e della vera Europa che noi tutti amiamo con passione?! In tutte queste chiacchiere televisive, dove lo scontro sul rigore finanziario s’intreccia a discorsi da bar dello sport, nessuno si ricorda dell’esistenza degli Stati Uniti e dell’Inghilterra? Su queste basi, se passa l’idea delle responsabilità tedesche, del dominio continentale della Germania di “sempre”, è facile, in un paese già germanofobo come il nostro, alimentare una nuova spirale di odio e di rancore verso i tedeschi, continuando a rendere invisibili all’opinione pubblica i veri responsabili del sistemo economico finanziario che ci sta strozzando.

Ettore Bernabei, sin troppo bistrattato ex direttore generale della vecchia TV democristiana, un po’ di tempo fa, rilasciò un’intervista al riguardo che suscitò immediatamente polemiche e smentite. Ma il suo punto di vista converge con le analisi di altri opinionisti ed esperti, che scrivono sul nostro giornale (cito per tutti il dott. Maurizio Blondet): sulle nostre economie, Europa, Stati Uniti, Inghilterra, Nord Atlantico, pesa una ristretta cupola finanziaria composta in prevalenza da ebrei e calvinisti, che muovono le loro carte speculative a partire da Wall Street e dalla City londinese, coordinate dalle famose agenzie di “rating”, com’è avvenuto per l’Italia nell’estate 1992. Declassata improvvisamente da Moody’s, ha subito la pesante speculazione di Soros sulla lira! Con questo non si vuole affermare che il sistema non conglobi settori finanziari di altri paesi, tant’è vero che Marchionne sta sbaraccando in Italia, perché ci sono ancora troppi diritti sindacali (sic!) e se ne sta andando in America. D’altra parte il sistema è globale e mondialista, almeno per quel che riguarda l’Occidente, ma le sue centrali dirigenze si collocano fra Inghilterra, America e Olanda, in ambienti religiosi ed etnici ben precisi, ove un cattolico fervente non si troverebbe certo a suo agio.

Le ondate speculative hanno inizio da lì, non a caso su Grecia, Portogallo, Spagna e Italia (e sulle nostre banche) si sono mosse le famose agenzie di rating americane. E in fondo al vertice della BCE, dei governi affama popoli di Italia e Grecia, chi c’è? Banchieri ed economisti che hanno costruito le loro fortune in Germania? No! Ci sono ex uomini della Goldman and Sachs, Banca d’affari americana, fondata nel 1869, da Marcus Goldman, immigrato tedesco di un certo tipo (non certamente cattolico apostolico romano, né luterano): il caporione è Mario Draghi, da cui nasce la linea del rigore finanziario e delle “riforme”, su cui insistono Merkel e Schauble. Di seguito andiamo al nostro Monti, trasversalmente a Gianni Letta, infine a Lucas Papademus, Primo ministro in Grecia nel 2011. Concedetemi almeno il dubbio che gli ambienti finanziari anglo americani e sionisti siano ben rappresentati fra Bruxelles e Francoforte, e che Draghi sia non meno “rigoroso” della Merkel. Del resto, questa Germania del rigore forzato non ha più i numeri economici da superpotenza capitalista! Si parla di un aumento del PIL dello 0,5 per il 2012. La Bundesbank si è riempita di titoli spazzatura di origine americana, tanto che in una logica di mercato pura non si capisce come i suoi titoli di stato siano più ambiti dei nostri. Mah!

Opinioni simili sulla crisi finanziaria dell’Euro non nascono però solo dalla complessità degli eventi, dalla superficialità di telecronisti e spettatori, dalla visibilità corporea dei protagonisti di questi giorni, che come sempre nasconde l’essenza più nascosta dei problemi. Ci sono precisi ambienti politici che le alimentano, o per mala fede e interesse, o per carenze nell’analisi del fenomeno capitalista di questi ultimi decenni. L’idea dell’Europa sotto egemonia tedesca viene massicciamente sostenuta dalla Destra sionista, alabardiere il “Foglio” di Giuliano Ferrara. Sin dai giorni del colpo di stato antiberlusconiano dello scorso anno, Ferrara ha cominciato a mettere sotto accusa, giustamente, le contraddizioni della Unione economica europea, basata su di una Banca centrale priva del diritto di battere moneta, ma ingiustamente e scorrettamente ha puntato l’indice sulla Germania, sul pericolo di un’Europa germanizzata. Un intero numero del “Foglio” è stata dedicato a questo falso problema, con articoli che descrivevano non tanto folkloristicamente una futura Mitteleuropa Asburgica e i tedeschi che s’impadronivano delle opere d’arte italiane e greche. Come se le centrali speculative fossero a Francoforte e le decisioni economiche e politiche europee fossero prese a Berlino! E’ stato deciso a Berlino il bombardamento della Libia?

Dalla sinistra del marxismo leninista e antimperialista, si leggono analisi dell’Unione europea come spazio economico tedesco, pensato sin dalla fine degli anni ’80, per poter competere con il dollaro, come se l’imperialismo sia ancora un insieme di imperialismi contrapposti, come quelli studiati da Hilferding e da Lenin. Il Marco non può farcela a reggere alla competizione internazionale con l’area del dollaro se non si crea un polo economico commerciale europeo che metta la moneta tedesca in condizione di competere col dollaro e con l’economia tedesca che possa ambire a diventare la nuova locomotiva del capitalismo internazionale. Afferma Luciano Vaspolo sul sito www.resistenze.org, che «fin dagli anni ‘70 si gettano le basi per la costruzione dell’Europa dell’euro e del polo imperialista europeo». «La costruzione del polo imperialista europeo di fatto avviene sulle necessita competitive internazionali della Germania; pertanto lo stesso euro è da considerarsi una sorta di Super Marco, ed infatti i tassi di cambio imposti agli altri paesi europei non sono stati pesati in base alla ricchezza dei singoli Stati ma in funzione delle necessità competitive politico-economiche e politico-monetarie della Germania. Non è un caso che nei mesi successivi all’introduzione dell’euro, ad esempio, in Italia, il potere d’acquisto dei salari di fatto si dimezza poiché con un euro si acquista in pratica più o meno ciò che pochi mesi prima si acquistava con mille lire e non con le 1936 imposte dalla quotazione di cambio dell’euro». Ci si dimentica che l’Euro è subito stato ribattezzato dai tedeschi “Teuer”, cioè “caro” per indicare la spirale inflazionistica che ha accompagnato il passaggio dal Marco all’Euro!

La realtà è sempre quella di un continente colonia, frutto di tre tragiche sconfitte militari, la I e la II Guerra Mondiale, la Guerra fredda, che ha infeudato agli Stati Uniti anche i paesi dell’Europa orientale. Che in questa colonia ci sia poi un Paese più importante e più forte economicamente, la Germania, fa poca differenza: è la voce del padrone anglo americano sionista a casa nostra. Se poi si guarda la realtà culturale della Germania, si vede un Paese prostrato a Israele sino al punto di costruirgli a spese proprie i sottomarini nucleari, con le generazioni più giovani abituate a vergognarsi della propria storia e della propria tradizione culturale, o meglio a chiedersi sempre: “ma parlare di Bismark, della guerra franco prussiana del 1870, di Federico II e della guerra dei sette anni, non sarà fare l’apologia del pangermanesimo e di tutto ciò che ne consegue?” Situazioni e sensazioni vissute nelle mie permanenze in Germania, sia alla vecchia DDR sia alla nuova Berlino, dove la guida turistica aveva paura a illustrare la colonna di bronzo che ricorda il 1870. La Germania autentica si può ancora ritrovare in ristretti cenacoli accademici, che hanno per oggetto gli studi su Hegel, su Fichte o su Heidegger: l’estrema astrazione di certe tematiche e le difficoltà di linguaggio rendono impossibile ai censori intervenire. Questa la Germania che ho conosciuto e che amo con passione italica! La Merkel rappresenta la Germania della Goldman and Sachs, non la Germania di Goethe, di Schiller, di Herder e di Bismark!

R.P. (Torino)
Fonte: http://www.rinascita.eu
Link: http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=16689 11.09.2012   

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