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Post - tipoastratto

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italiana / Re:confusione politica a san benedetto del tronto
« il: Ottobre 23, 2012, 04:13:56 pm »
Una giunta alquanto curiosa... Onestamente Il Popolo della Libertà e la Lega non è che mi vadano tanto giù onestamente...  :( Ho molto più rispetto per i partiti La Destra - Nuovo PSI - Fiamma Tricolore, una coalizione che secondo me può essere accostata al fascismo delle origini...

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idee / Re:Proposte per la definizione di una base ideologica minima
« il: Ottobre 23, 2012, 04:02:57 pm »
Forse è vero... in realtà l'ideale di Stirner è troppo poco compatibile con un ipotetico social-comunitarismo... Però l'ho infilato nell'elenco irrazionalmente, perchè è un autore su cui bene o male ho formato le mie prime idee rivoluzionarie. Ma se volete lo tolgo, non è un problema per me  :)

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video / Re:SPOSTATO: Sole e Acciaio - Skoll
« il: Ottobre 08, 2012, 11:48:50 pm »
Si, forse è meglio...

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Quando in televisione c'era ancora un minimo di libertà di espressione e di parola...

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musica / Sole e Acciaio - Skoll
« il: Ottobre 08, 2012, 11:32:54 pm »

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storia / Re:Cuba è il fuoco peronista che arde nel Caribe
« il: Ottobre 08, 2012, 11:25:52 pm »
Per il resto,complimenti per la scelta del post,è veramente un ottimo articolo.  :good

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storia / Re:Cuba è il fuoco peronista che arde nel Caribe
« il: Ottobre 08, 2012, 11:14:55 pm »
In effetti è vero, Fidel abbracciò alcuni punti della filosofia marxista-leninista solo dopo aver conosciuto Che Guevara e la adottò come ideologia ufficiale solo per pura convenienza (ricerca di protezione da parte dell'Urss di Krushev, il quale comunque non gliela volle garantire fino a che l'ideale ufficiale di massa dei cubani non sarebbe stato per l'appunto il marxismo-leninismo). Per il resto la stima e l'amicizia che Castro ebbe nei confronti di Peron è perlopiù nota. Meno note sono invece le presunte simpatie hitleriane che il leader maximo del popolo cubano ebbe in gioventù...

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off topics / è uno schifo!!!!!
« il: Ottobre 08, 2012, 10:59:22 pm »
E poi leggi per caso certi articoli e i relativi commenti che ti inducono ad odiare il calcio e sopratutto i reazionari di destra e capitalisti (che si spacciano per fascisti) e i liberal-borghesi cannaioli e pseudo-rivoluzionari (che si spacciano per comunisti) da stadio che ancora credono negli "opposti estremismi" e non aspettano nient'altro che lo scontro fisico al termine della partita. Ma quando finirà tutto questo???? E sopratutto, quando mai le società calcistiche saranno gestite direttamente dai tifosi del popolo e non più amministrate da imprenditori che pensano solo ai soldi e alla "bella" vita (sempre ammesso che locali alla moda, cocaina e transessuali possano essere considerati un bello stile di vita   :-X ).
Quando finirà tutto questo business marcio???? E la corruzione, le partite taroccate???? Dobbiamo svegliarci tutti quanti e cominciare a boicottare questo schifo disdicendo gli abbonamenti Sky-Mediaset e smettendo di andare allo stadio!!!!
Intanto cari compagni camerati date un'occhiata al link qui sotto e, mi raccomando, non finite mai di disgustarvi abbastanza...

http://www.rolliblog.net/2004/10/05/le-brigate-autonome-livornesi-di-stalin/



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idee / Fascisti di sinistra
« il: Ottobre 08, 2012, 10:37:50 pm »
da http://www.beppeniccolai.org/fascisti_di_sinistra.htm


FRAMMENTI

da "Fascisti immaginari" - Luciano Lanna e Filippo Rossi

«La destra è censura, reazione, bigotteria. E se ho un'appartenenza culturale è più al fascismo che alla destra, che mi fa schifo [...] Il fascismo che ho conosciuto in famiglia è quello libertario, gaudente, generoso. Penso al fascismo rivoluzionario dell'inizio e della fine, quello che non conserva ma cambia, quello socialista e socialisteggiante...»
Idee chiare e sentite quelle del ventottenne Nicolo Accame, giornalista del "Secolo d'Italia" intervistato, insieme a suo padre Giano, nel marzo 1996, da Stefano Di Michele: due fascisti, un padre e un figlio. Idee chiare e sentite che affondano in un diffuso e radicato retroterra esistenziale e culturale. Quello dei cosiddetti «fascisti di sinistra».
Anche quando Alberto Giovannini, giornalista di lungo corso, classe 1912, è stato costretto a definirsi ha dovuto per forza di cose ricorrere a quell'apparente ossimoro: «Io sono stato fascista a modo mio. Era, il nostro, un fascismo di sinistra». E aggiungeva: «Non potevo non avere una certa fedeltà e riconoscenza verso quel regime attraverso il quale io, che ero nessuno, figlio di povera gente, di operai, cominciando col fare il fattorino, ero arrivato a dirigere un quotidiano. Il fascismo mi aveva dato la possibilità di avanzare socialmente. Non lo avevo dimenticato ...».
E quando, a metà degli anni '80, durante la presentazione di una riedizione dello "Scrittore italiano" di Berto Ricci, i dirigenti missini Pinuccio Tatarella e Beppe Niccolai, furono anche loro costretti a definirsi, le due risposte risultarono antitetiche. Più che "di destra", di "centro-destra" si definì Tatarella, ricollegandosi alla tradizione politica che negli anni '50 avevo visto molte città del Mezzogiorno amministrate da coalizioni composte da MSI, destre liberali e monarchiche e DC. Sicuramente "non di destra", anzi "di sinistra", si dichiarò invece Niccolai, riagganciandosi a tutt'altra tradizione. Una tradizione che affondava le sue radici nel Mussolini giacobino, nel socialismo risorgimentale di Pisacane, nel sindacalismo rivoluzionario di Sorel e Corridoni, nelle avanguardie artistiche d'inizio Novecento, nel fascismo sansepolcrista del 1919, nell'interpretazione gentiliana del marxismo...
Se infatti storicamente il fascismo nasce con Mussolini e "Il Popolo d'Italia" tra il 1914 e il 1919 da una scissione del partito socialista, il filosofo cattolico Augusto Del Noce ne ha retrodatato la genesi filosofica al 1899 con la pubblicazione del saggio di Giovanni Gentile su "La filosofia di Marx", che venne considerato da Lenin -nel "Dizionario Enciclopedico russo Granat" del 1915- uno degli studi più interessanti e profondi sull'essenza teoretica del pensatore di Treviri. Del marxismo, Gentile respingeva il materialismo ottocentesco ma ne abbracciava con entusiasmo l'ultramoderna dimensione di «filosofia della prassi», tesa non solo a interpretare il mondo ma a cambiarlo. Stando almeno all'interpretazione delnociana, quindi, il fascismo non sarebbe affatto una negazione del marxismo, ma piuttosto una sua "revisione" che reinterpreta la prassi come spiritualità. Il fascismo si prospetta, insomma, come una rivoluzione "ulteriore" rispetto a quella marx-leninista. D'altro canto, divenuto filosofo ufficiale del fascismo, Gentile ripubblicò il suo libro su Marx nel 1937, nel pieno degli "anni del consenso". E quando, il 24 giugno 1943, pronunciò in Campidoglio il Discorso agli italiani per esortarli a resistere agli anglo-americani, si rivolse espressamente agli ambienti di sinistra presentando il fascismo come «un ordine di giustizia fondato sul principio che l'unico valore è il lavoro». E precisò: «Chi parla oggi di comunismo in Italia è un corporativista impaziente». Lo stesso Lenin, del resto, rivolgendosi nel 1922 al comunista Nicola Bombacci aveva potuto dire: «In Italia c'era un solo socialista capace di fare la rivoluzione: Benito Mussolini».
Nel fascismo di sinistra ci sono davvero tante cose: il percorso politico dello stesso Bombacci, il comunista finito a Salò e appeso con Mussolini a Piazzale Loreto; la covata ribelle dei giovani intellettuali aggregati attorno all'ex anarchico fiorentino Berto Ricci e alla sua rivista "L'Universale"; il "lungo viaggio" dal fascismo al comunismo di tanti intellettuali, da Davide Lajolo a Fidia Gambetti, da Felice Chilanti a Ruggero Zangrandi, da Elio Vittorini a Vasco Pratolini, da Ottone Rosai a Mino Maccari. Fermenti e contraddizioni che hanno indotto lo storico Giuseppe Parlato a dedicare un intero libro alla cosiddetta "sinistra fascista": «Quell'insieme, a volte discorde e contraddittorio, di sentimenti, di posizioni, di prospettive e di progetti che si fondavano sulla persuasione di vivere nel fascismo e attraverso il fascismo una sorta di palingenesi rivoluzionaria, la prima vera rivoluzione italiana dall'unità».
E delle varie anime del fascismo, la "sinistra" fu sicuramente la più vivace. Ancorata al Risorgimento mazziniano e garibaldino, la sinistra fascista cercò di incarnare un progetto che era nato prima del fascismo e che mirava ad oltrepassare la stessa esperienza mussoliniana. E se nei primi tempi essa si tradusse essenzialmente nello squadrismo e nel sindacalismo, verso la metà degli anni '30 -aggregando soprattutto i giovani universitari, gli intellettuali e i sindacalisti - si fece portatrice di un "secondo fascismo" teso a superare la società borghese. Non è un caso che i vari Bilenchi, Pratolini e tutti i giovani intellettuali del cosiddetto "fascismo di sinistra", oltre che in Berto Ricci, trovassero un punto di riferimento nel fascista anarchico Marcello Gallian. «I libri di Gallian -scriveva Romano Bilenchi su "Il Popolo d'Italia" del 20 agosto 1935- sono documenti... E un documento su di un periodo rivoluzionario non creduto compiuto non avrà fine finché tutta la rivoluzione non sia realizzata».
Quest'anima di sinistra conviverà nei vent'anni del regime con altre componenti. E nonostante il suo essere per molti versi un "progetto mancato", marcherà sempre il Ventennio, influendo decisamente sull'identità culturale sia del fascismo che del postfascismo.
Confesserà Bilenchi, diventato comunista dopo la guerra: «Rimasi molto legato a queste idee diciamo così, socialiste... Del fascismo mi colpì il programma, più a sinistra, almeno a parole e almeno agli inizi, di quello degli altri... Poi ho conosciuto Berto Ricci, una persona seria, onesta e simpatica. Era un anarchico, filosovietico, ed era entrato nel partito fascista convinto di partecipare a una rivoluzione proletaria».
Del resto, già nel 1920, Marinetti aveva scritto: «Sono lieto di apprendere che i futuristi russi sono tutti bolscevichi... Le città russe, per l'ultima festa di maggio, furono decorate da pittori futuristi. I treni di Lenin furono dipinti all'esterno con dinamiche forme colorate molto simili a quelle di Boccioni, di Balla e di Russolo. Questo onora Lenin e ci rallegra come una vittoria nostra».
E resta agli atti che il 16 novembre 1922, proprio con un intervento alla Camera di Mussolini presidente del Consiglio, l'Italia fu il primo dei paesi occidentali a dichiararsi disponibile al riconoscimento internazionale dell'Unione Sovietica. Un'apertura che, almeno fino alla guerra di Spagna, non verrà mai meno. Nel giugno 1929, Italo Balbo, in una delle sue celebri trasvolate dall'Italia approdò a Odessa nell'URSS, e lì venne accolto con un picchetto d'onore. E il 4 dicembre 1933, Mussolini ricevette ufficialmente a Palazzo Venezia il ministro degli esteri russo Maxim Litvinov: da tre mesi i due paesi avevano sottoscritto un patto d'amicizia e l'occasione rafforzò ulteriormente le buone relazioni.
Erano gli anni in cui il filosofo Ugo Spirito arrivava a teorizzare -nel convegno di Studi corporativi di Ferrara del 1932- la «corporazione proprietaria» che prevedeva di fatto l'abolizione della proprietà privata, e in cui pullulavano le pubblicazioni addirittura filosovietiche, tra le quali un libro di Renzo Bertoni, che, reduce da una permanenza nell'Unione Sovietica, pubblicava nel 1934 un libro intitolato addirittura "Il trionfo del fascismo nell'URSS", sulla cui copertina si vedeva uno Stalin con la mano aperta e in una didascalia si leggeva: «Stalin saluta romanamente la folla».
Poi, la guerra di Spagna, la seconda guerra mondiale e la repubblica di Salò. E proprio quest'ultima scatena vivaci discussioni tra Mussolini e Hitler. Per il dittatore tedesco quell'esperienza doveva chiamarsi «Repubblica fascista italiana». Mussolini, invece, senza più obblighi compromissori con la monarchia e gli ambienti conservatori, avrebbe preferito «Repubblica socialista italiana», tornando in qualche modo alle suggestioni sansepolcriste. Ma di quell'aggettivo che puzzava di sovversione e di marxismo Hitler non volle sentirne parlare. E alla fine si accordarono su Repubblica Sociale Italiana. E sia pure ridotto a "sociale", la parola socialista tornava nel lessico dei fascisti. Tanto da emozionare il socialista della prima ora ed ex comunista Nicola Bombacci -colui che aveva fatto adottare il simbolo della falce e martello ai comunisti italiani- e a farlo riappacificare con Mussolini: «Duce -gli scrive l'11 ottobre 1943- sono oggi più di ieri totalmente con Voi. Il lurido tradimento re-Badoglio che ha trascinato purtroppo nella rovina e nel disonore l'Italia, Vi ha però liberato di tutti i componenti pluto-monarchici del '22. Oggi la strada è libera e a mio giudizio si può percorrere sino al traguardo socialista».
In uno degli articoli scritti poco prima di essere ucciso dai partigiani, il giornalista Enzo Pezzato -redattore capo a Salò di "Repubblica fascista"- scrisse: «Il Duce ha chiamato la Repubblica "sociale" non per gioco: i nostri programmi sono decisamente rivoluzionari, le nostre idee appartengono a quelle che in regime democratico si chiamerebbero "di sinistra"».
E nei giorni del crepuscolo di Salò, Mussolini confiderà al giornalista socialista Carlo Silvestri: «Il più grande dramma della mia vita si produsse quando non ebbi più la forza di fare appello alla collaborazione dei socialisti e di respingere l'assalto dei falsi corporativi. I quali agivano in verità come procuratori del capitalismo... Tutto quello che accadde poi fu la conseguenza del cadavere di Matteotti che il 10 giugno 1924 fu gettato fra me e i socialisti per impedire che avvenisse quell'incontro che avrebbe dato tutt'altro indirizzo alla politica nazionale».
Sull'esperienza della RSI, Enrico Landolfi ha scritto che non fu un unicum: «Fu, viceversa, una sfaccettatissimo prisma, un fenomeno pluralistico. Tanto vero che fu in essa presente quasi tutto lo spettro dottrinario e politico». Landolfi sottolinea la presenza al suo interno di esponenti della stessa sinistra antifascista disposti a collaborare per l'attuazione del cosiddetto "Manifesto di Verona": oltre a Bombacci e a Carlo Silvestri, Edmondo Cione, Germinale Concordia, Pulvio Zocchi, Walter Mocchi e Sigfrido Barghini. Accanto a loro, c'era soprattutto a Salò una vasta «aggregazione più coerentemente e conseguentemente rivoluzionaria, socializzatrice, popolare-nazionale, libertaria. Disponibile, inoltre, quest'ultima, e anzi fautrice, del dialogo con l'antifascismo, proclive alla più ampia democratizzazione della Repubblica, decisa a resistere alle interferenze e alle rapine naziste, inequivocabilmente antiborghese e anticapitalista». E anche per questo, Landolfi ha titolato un suo libro sulla RSI: "Ciao, rossa Salò". Quella "rossa repubblica" che Bombacci salutò per l'ultima volta, prima che i partigiani lo fucilassero, con le parole: «Viva Mussolini! Viva il socialismo!».
Nell'immediato dopoguerra il tema del recupero politico, o almeno elettorale, di chi era stato fascista nel Ventennio ma anche nella RSI, interesserà, più o meno scopertamente, anche il PSI e il PCI, i partiti dove troveranno accoglienza molti fascisti di sinistra. Così, nell'agosto 1947, Palmiro Togliatti, che l'anno prima in qualità di ministro di Grazia e Giustizia aveva concesso l'amnistia ai fascisti, sul quotidiano comunista "La Repubblica d'Italia" scriveva: «Non nascondiamo le nostre simpatie per quegli ex fascisti, giovani o adulti, che sotto il passato regime appartenevano a quella corrente in cui si sentiva l'ansia per la scoperta di nuovi orizzonti sociali... Noi riconosciamo agli ex fascisti di sinistra il diritto di riunirsi e di esprimersi liberamente conservando la propria autonomia».
E anche il leader socialista Pietro Nenni, intervistato da "Paese Sera" il primo gennaio 1955, legittimava i fascisti di sinistra: «Da noi la destra esprime soltanto istinti antisociali, di conservazione e di reazione. Tipico il caso dei fascisti che, per inserirsi nella politica reazionaria americana, non hanno esitato a pugnalare ancora una volta il loro capo e a rinnegare l'unico elemento rispettabile della loro tradizione, vale a dire l'opposizione al dominio delle cosiddette plutocrazie». E lo stesso Nenni, se alla vigilia delle elezioni del 1953, aveva aperto le pagine de "l'Avanti!" all'ex direttore fascista de "La Stampa" di Torino, Concetto Pettinato, già nell'immediato dopoguerra aveva favorito la nascita di una rivista -"Rosso e Nero"- con la quale il fascista di sinistra Alberto Giovannini tentava di conciliare le attese fasciste della "rivoluzione incompiuta" con quelle socialiste della "rivoluzione mancata".
In questo clima, un gruppo di fascisti di sinistra si raccoglierà attorno alla rivista quindicinale "Il Pensiero Nazionale" diretto dallo scrittore e giornalista già repubblichino Stanis Ruinas. Verranno definiti «fascisti-comunisti», «comun-fascisti», «camicie nere di Togliatti» e «fascisti rossi», definizione quest'ultima che dopo qualche esitazione finiranno anche per accettare. Ma il "rosso" di questi fascisti non fu necessariamente quello del PCI, ma un rosso più articolato, più complesso, più variegato. Tanto che, persino nella sua componente più incline alla linea di Botteghe Oscure, vi fu una divisione tra il gruppetto che volle entrare -ed entrò- nel PCI e gli altri che preferirono restare indipendenti. Dopo il '53, il gruppo de "Il Pensiero Nazionale" si avvicinerà ai socialisti, ai socialdemocratici e alla sinistra cattolica, finendo per gravitare nell'orbita del presidente dell'Eni Enrico Mattei e del suo nazionalismo democratico e mediterraneo. Ma non mancheranno rapporti e scambi con gli esponenti della sinistra fascista interni al MSI.
Leader riconosciuto della sinistra missina delle origini fu indiscutibilmente Giorgio Pini: giornalista vicino a Mussolini prima e durante la RSI, sarà assiduo collaboratore de "Il Pensiero Nazionale" a partire dal 1954, dopo che, nell'aprile del '52, abbandona il MSI e, nel '53, si interrompe il legame da lui non gradito tra la rivista e il partito comunista. Ma in realtà tutti gli anni '50 hanno registrato contatti e confronti, anche pubblici, tra i giovani comunisti e i giovani dirigenti missini, soprattutto negli anni del dibattito sull'ingresso dell'Italia nella NATO. E nel 1958, lo stesso Palmiro Togliatti arrivò a difendere la cosiddetta «operazione Milazzo» che, in Sicilia, realizzò l'alleanza amministrativa tra il MSI e il PCI.
In un intervento alla Camera, il 9 dicembre, il leader comunista disse: «Le convergenze che si sono determinate hanno dato luogo, anche qui, alle solite inette arguzie sul comunista e sul missino che si stringono la mano, si abbracciano e così via. Si tratta di un problema di fondo che deve essere riconosciuto e apprezzato in tutto il suo valore, daremo il contributo attivo a che passi in avanti vengano compiuti». D'altra parte, anche dopo la fuoriuscita di Giorgio Pini dal MSI -ancora lontano dal diventare il partito della "destra nazionale"- al suo interno rimase e fu sempre attiva una vasta e articolata presenza di "fascisti di sinistra": Ernesto Massi, Bruno Spampanato, Diano Brocchi, Giorgio Bacchi, Roberto Mieville, Domenico Leccisi, Giuseppe Landi, Ugo Clavenzani e Beppe Niccolai... E lo stesso Giorgio Almirante, prima di diventare segretario del partito e di lanciare la "grande destra", fu per molti anni un esponente di punta della sinistra interna.
Ernesto Massi, grande studioso di geopolitica, professore all'Università Cattolica di Milano e vicesegretario nazionale del MSI dal 1948 al 1952, esce dal partito nel 1957 per tentare esperimenti politici autonomi. Fino al 1965 anima con Giorgio Pini un «Comitato di iniziativa per la sinistra nazionale». E solo dopo il fallimento del "Partito Nazionale del Lavoro" -che pure nel 1958 si presenta alle elezioni politiche in cinque circoscrizioni- e l'esaurirsi, nel 1963, della sua rivista "Nazione Sociale", tornerà nel 1972 a riavvicinarsi al MSI attraverso l'Istituto di studi corporativi.
Nel 1963, comunque, mentre si chiudeva l'esperienza di "Nazione Sociale", nasceva a Roma "L'Orologio" diretto da Luciano Lucci Chiarissi, una rivista e un laboratorio che riproponeva la tradizione del "fascismo di sinistra" in termini nuovi e molto più attenti all'evoluzione degli scenari italiani ed internazionali. Lucci Chiarissi, nato ad Ancona nel 1924, era stato volontario a Salò, aveva militato nell'immediato dopoguerra nel movimento clandestino dei FAR (Fasci di azione rivoluzionaria), e si era sempre sentito appartenente a una "sinistra nazionale". "L'Orologio" tentava di uscire dalla strada del "rancore eterno" e del nostalgismo fine a se stesso, contestando non solo il MSI micheliniano, ma anche i gruppi extraparlamentari come "Ordine nuovo" e "Avanguardia nazionale". Spiegava Lucci Chiarissi: «Annibale non è alle porte e comunque non lo è a causa del centro-sinistra». E "L'Orologio", che aveva lanciato il tema della riappropriazione delle "chiavi di casa", sostenne De Gaulle contro il Patto Atlantico e nella guerra dei "sei giorni" si schierò dalla parte dei paesi arabi contro l'imperialismo israeliano. «"L'Orologio" -ha scritto Giuseppe Parlato- individuò nel capitalismo e nell'imperialismo americano un pericolo maggiore di quello sovietico per la cultura e la politica italiana... E a differenza di tutti gli altri fogli neofascisti, "L'Orologio" assunse immediatamente una posizione nettamente a favore dei vietnamiti e della loro lotta per l'indipendenza».
Sono gli anni in cui accanto -e spesso a fianco- di tanti gruppi extraparlamentari di destra, sorgono anche gruppi extraparlamentari ispirati al "fascismo di sinistra". Così, la sezione italiana della Giovane Europa di Jean Thiriart titolava «Per un socialismo europeo» un documento fiorentino del 1968. E così, nel 1967, nasceva la "Costituente nazionale rivoluzionaria", fondata da Giacomo De Sario: classe 1927, ex segretario della federazione giovanile socialdemocratica ed ex dirigente della Giovane Italia. Con un simbolo rosso e nero, «rosso per la socialità, nero per la nazione», quel movimento -tra i cui esponenti di spicco c'erano i giovani Massimo Brutti e Massimo Magliaro, l'uno futuro dirigente del PCI e poi dei DS, l'altro diventerà capo ufficio stampa di Almirante e poi giornalista RAI- si faceva conoscere attraverso un periodico: "Forza Uomo", settimanale di lotta con redazioni a Roma, Milano, Varese e Brindisi. Il primo numero andò in edicola il 10 agosto 1969. Tra i riferimenti culturali c'erano Mazzini e Pisacane, Corridoni e Gentile, Mussolini e i futuristi.
Nel solco della stessa tradizione si collocava la "Federazione Nazionale Combattenti della RSI", di cui nel '70 divenne presidente Giorgio Pini. Nel discorso di insediamento, Pini condannava l'atteggiamento dei fascisti che «sbandano verso la destra conservatrice e autoritaria, totalitaria, in ibrido connubio coi monarchici e coi più retrivi gruppi confessionali», invitando inoltre a respingere «il fanatico occidentalismo di destra pervenuto fino alla servile esaltazione di Nixon, il bombardatore del Vietnam», e condannando «ogni collusione coi regimi militari e liberticidi dei colonnelli greci, del generale Franco, sacrificatore della nobile Falange di José Antonio Primo de Rivera, del regime ottusamente conservatore, classista e colonialista di Lisbona, di quelli razzisti del Sud Africa e della Rhodesia». In quegli anni la Federazione faceva uscire a Roma una serie di pubblicazioni -il quindicinale "Fnc-RSI notizie", il mensile "Corrispondenza repubblicana", il trimestrale "Azimut" e il foglio giovanile "Controcorrente"- di cui erano animatori Romolo Giuliana e P. F. Altomonte (sigla quasi pseudonima con la quale si firmava l'artista futurista Principio Federico Altomonte).
Scoppiato il '68, sia la "Fnc-RSI" sia "Forza Uomo" sia "L'Orologio" si schierano naturalmente con la contestazione. "L'Orologio", anzi, appoggiò la protesta giovanile anche sul piano organizzativo, dando vita ai "Gruppi dell'Orologio" e fornendo sostanza culturale alla trasformazione in senso "rivoluzionario" di alcuni ambienti di matrice neofascista. E dopo la fine e la diaspora di quell'esperienza, il loro animatore, Luciano Lucci Chiarissi, fonderà l'associazione politico-culturale "Italia e Civiltà" che, nei primi anni '80, si farà promotrice di una serie di incontri pubblici sul nuovo "socialismo tricolore" attivato dalla svolta craxiana.
Dentro o fuori il MSI, quindi, una certa tradizione non è mai morta. E quella che potremmo chiamare l'ultima incarnazione di un "sinistra" scaturita dall'universo neofascista, si esprimerà a metà degli anni '70 con presupposti e riferimenti inediti. Questa volta si trattava di un fenomeno più generazionale ed esistenziale che ideologico in senso stretto. A prenderne atto, nel gennaio 1979, fu Giorgio Galli su "Repubblica" parlando di «fascisti in camicia rossa». Figli degli anni '70, questi nipotini inconsapevoli di Berto Ricci e Nicolino Bombacci, rivelavano un percorso parallelo a quello che, sull'altro versante, andavano conducendo i coetanei della "nuova sinistra". E Galli ne metteva in luce alcuni «elementi diversi da quelli consueti» e, in particolare, l'aspirazione a sintonizzare ed aggregare «la protesta antisistema dei giovani, dei disoccupati, del sottoproletariato».
Si trattava di un vasto fermento giovanile emerso in quegli anni e che si poteva cogliere attraverso pubblicazioni come "La Voce della Fogna" e "Linea", in cui comparivano argomenti e toni inediti per la precedente pubblicistica neofascista. Si introducevano temi nuovi, come l'attenzione ai diritti civili e alle tematiche ambientaliste. "Nucleare? Dieci volte no", si leggeva sul secondo numero di "Linea". E sempre sulle pagine di quella rivista apparivano la prima vera inchiesta sui "Verdi" tedeschi, l'apertura di un dibattito sulla liberalizzazione della droga, e pagine e pagine sui nuovi bisogni e sulla condizione giovanile. Emergeva, soprattutto, il quadro di un ambiente caratterizzato da una linea libertaria, garantista, antistatalista, ambientalista, antioccidentalista e, addirittura, con venature regionaliste e antiproibizioniste.
«Sfondare a sinistra», era il titolo di un articolo di Marco Tarchi che, sul terzo numero di "Linea", lanciava in grande stile un'espressione destinata ad avere successo. Già nel '76, del resto, lo stesso Tarchi era stato autore di un documento del "Fronte della gioventù" toscano in cui, esaminando le cause della sconfitta elettorale, si invitava a «sfondare a sinistra»: molti elettori -era la tesi di Tarchi- avevano votato per il PCI non perché comunisti, «ma perché spinti da un'ansia di cambiamento, e disgustati dal modo di gestire la cosa pubblica instaurato dalla DC e dai suoi alleati».
Questa componente giovanile troverà la sua identità soprattutto nell'esperienza dei Campi Hobbit. E paradossalmente, tra il 1976 e il 1982, individuerà il proprio referente all'interno del MSI in quel Pino Rauti che pure, nei decenni precedenti, era stato il campione dell'ala tradizionalista e di matrice evoliana del neofascismo. Come ha scritto lo storico Pasquale Serra, «nella seconda metà degli anni '70 Rauti rovescia lo schema del suo precedente ragionamento: da un lato, infatti, egli individua come fonte privilegiata il fascismo italiano (il fascismo della sintesi) e non più il nazismo o i fascismi "minori", come era invece avvenuto nei decenni precedenti, e dall'altro riporta il fascismo alle sue origini di sinistra».
E questi orientamenti, sino agli anni '80, si esprimeranno anche in alcune esperienze di amministrazione locale, dove il MSI governerà insieme al PCI e al PSI. Così nel 1987, durante una tribuna politica, Giorgio Almirante fu messo in imbarazzo da un giornalista che gli chiedeva lumi su quanto avveniva a Furci Siculo, un centro del messinese dove il missino Carmelo Briguglio era il vicesindaco di una giunta rosso-nera.
La sintesi e la summa di tutta questa tradizione -da "L'Universale" al "socialismo tricolore", dall'adunata di piazza San Sepolcro ai Campi Hobbit- potrebbe essere rappresentata dalla figura politica e umana di Beppe Niccolai: fascista di sinistra da sempre, deputato missino per tre legislature, intellettuale, giornalista, uomo politico e, soprattutto, "uomo di carattere" per dirla col suo maestro Berto Ricci. Nato a Pisa il 26 novembre 1920, combattente sul fronte africano, prigioniero di guerra nel "Fascists' Criminal Camp" di Hereford nel Texas. Appena tornato in Italia, il 27 settembre 1948, scrive una lettera-documento sulla lacerazione della sua generazione al suo vecchio amico Romano Bilenchi che in quegli anni, seguendo la strategia dell'attenzione togliattiana, si occupava sul "Nuovo Corriere" del dialogo con i fascisti. E l'amicizia tra Niccolai e Bilenchi durerà per tutta la vita. Da deputato missino, Niccolai non ebbe poi remore a elogiare il Vietnam vittorioso sull'imperialismo americano. Per molti anni stretto collaboratore di Giorgio Almirante, ne divenne il principale antagonista nei primi anni '80 quando ebbe il coraggio di «farsi del male» e di avviare una coraggiosa autocritica, che pretendeva da tutto il partito una riflessione altrettanto sincera.
Niccolai sollecitava una rilettura degli errori compiuti nei confronti della contestazione giovanile, verso i nuovi fermenti culturali e, soprattutto, in tema di politica estera. «Beppe -ha ricordato Altero Matteoli- "scavava" nei personaggi che incontrava nella sua quotidiana lettura. E per ognuno esaltava la parte che lo aveva particolarmente colpito. Carlo Pisacane: lo affascinava la sua vicenda, la sua morte, il suo sacrificio. Nicolino Bombacci: Beppe era convinto che il fascismo, per il rivoluzionario romagnolo, fosse una rivoluzione da compiere. Berto Ricci: il carattere, il coraggio civile. E infine Italo Balbo: la morte ha colpito Beppe mentre "scavava" nella vita, nell'azione e nel pensiero del grande ferrarese».
All'inizio degli anni '80, Niccolai trasforma Berto Ricci in una vera e propria "bandiera": e lo fa nel momento stesso in cui il MSI comincia a stargli sempre più stretto e l'esigenza di un rinnovamento lo porta a cercare, nel passato, un riferimento dalla grande capacità fascinatrice. E in questo percorso non può che incontrarsi, naturalmente, con alcuni giovani della generazione dei "fascisti in camicia rossa". Nel 1984 -e quella fu l'unica opposizione alla leadership almirantiana al quattordicesimo Congresso missino svoltosi a Roma- presenterà il documento "Segnali di vita", che verrà sottoscritto entusiasticamente dalle componenti giovanili e creative del partito. Nel 1985, in occasione della crisi di Sigonella, Niccolai fece approvare dal Comitato centrale del MSI un ordine del giorno di sostegno a Craxi, in nome dello "scatto" di orgoglio nazionale. D'altra parte, come spiegò dopo la sua morte lo stesso Tatarella in una riunione del Comitato centrale missino, Niccolai voleva fare del MSI una sorta di «laburismo nazionale»: era, insomma, un autentico uomo di sinistra e, in prospettiva, sognava una convergenza strategica tra il MSI e la sinistra italiana.
Una posizione minoritaria, quella di Niccolai: quasi eretica, fortemente combattuta, ma in grado di pensare una politica capace di cogliere le onde lunghe della storia italiana. Nel 1987, resta memorabile il suo discorso al Congresso di Sorrento. Con cui, in nome di Nicolino Bombacci, invitava alla ricomposizione delle "scissioni socialiste". In quegli anni con la sua rivista "L'Eco della Versilia", sarà il punto di riferimento più forte per il dissenso interno e i tentativi di dialogo con l'esterno. E quando morirà a Pisa, il 31 ottobre del 1989, lascerà il testimone al suo collaboratore viareggino Antonio Carli. "L'Eco" cambierà nome trasformandosi in "Tabula Rasa". E intorno alla rivista si raccolgono Gianni Benvenuti e Pietrangelo Buttafuoco, Umberto Croppi e Beniamino Donnici, Vito Errico e Fabio Granata, Luciano Lanna e Peppe Nanni... Sono l'ultima covata di una vecchia tradizione. Che a tratti si profila con la forza di mito. E a tratti, invece, con l'instabilità di un'illusione ottica. Ma che ha avuto il pregio di non rimanere mai ristretta all'interno di un partito, e men che meno di una corrente. Sprigionando energie e intuizioni che hanno comunque influito sui percorsi politici e culturali di tutto il postfascismo.
 
Luciano Lanna e Filippo Rossi
da "Fascisti immaginari"
Vallecchi, 2003 - www.vallecchi.it


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storia / Re:Primula Goliardica
« il: Ottobre 04, 2012, 10:00:11 pm »
Andrebbero recuperati quei valori e quelle idee,ma purtroppo l'esperienza di Valle Giulia del '68 è stata un unicum nella storia italiana e mondiale,almeno per il momento.

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filosofia / Re:Dell'autorità (F.Engels)
« il: Ottobre 04, 2012, 09:57:12 pm »
Era giusto per ricordare ai "comunisti" anarco-liberal-vendoliani-bertinottiani che il comunismo internazionale non si può raggiungere così di punto in bianco (anzi secondo me non si può proprio raggiungere,è un'utopia) ma necessita di una preparazione per tappe: La prima è la dittatura del proletariato (la quale è una via di mezzo tra capitalismo e socialismo).

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filosofia / Dell'autorità (F.Engels)
« il: Ottobre 02, 2012, 11:44:30 pm »
da http://www.marxists.org

Dell'autorità
Friedrich Engels (1872)

 
Scritto nel 1872.
Fonte: Marxismo e anarchismo, Editori Riuniti
Prima pubblicazione nell'Almanacco repubblicano per l'anno 1874, Lodi, Pubblicazione della Plebe, dicembre 1873
La prima edizione dello scritto è quella italiana, non essendo stato reperito il manoscritto originale. Questo breve ma illuminante articolo fu elaborato da Engels su richiesta di Enrico Bignami, direttore de La Plebe ed inviato per la prima volta nell'ottobre 1872. In quest'occasione lo scritto venne presumibilmente perduto, a causa dell'arresto di Bignami; Engels fu costretto a spedirne una nuova copia nel marzo dell'anno successivo.
Trascritto da Mishù, Dicembre 1999
 

Alcuni socialisti hanno da qualche tempo aperto una regolare crociata contro ciò che essi chiamano principio d'autorità. Basta loro dire che questo o quell'atto è autoritario, per condannarlo. Si abusa a tal punto di questo sommario modo di procedere che è necessario esaminare la cosa un po' più da vicino. Autorità, nel senso della parola di cui si tratta, vuol dire: imposizione della volontà altrui alla nostra; autorità suppone, d'altra parte, subordinazione. Ora, per quanto queste due parole suonino male e sia sgradevole per parte subordinata la relazione che esse rappresentano, si tratta di saper se vi è mezzo per farne a meno, se - date le condizioni attuali della società - noi potremo dar vita ad un altro stato sociale in cui questa autorità non avrà più scopo, e dove per conseguenza dovrà scomparire. Esaminando le condizioni economiche, industriali e agricole che sono alla base dell'attuale società borghese, troviamo che esse tendono a rimpiazzare sempre più l'azione isolata con quella combinata degli individui. L'industria moderna ha preso il posto delle piccole officine dei produttori isolati, con grandi fabbriche e officine dove centinaia di operai sorvegliano macchine complicate mosse dal vapore; le vetture e i carri delle grandi vie vengono sostituiti dai treni delle vie ferrate, come le piccole golette e feluche a vela dai battelli a vapore. L'agricoltura stessa cade a mano a mano nel dominio della macchina e del vapore, che rimpiazzano lentamente, ma inesorabilmente, i piccoli proprietari coi grandi capitalisti, che coltivano con l'aiuto di operai salariati grandi superfici di terreno. Dovunque, l'azione combinata, la complicazione dei procedimenti, dipendenti gli uni dagli altri, si mette al posto dell'azione indipendente degli individui. Ma chi dice azione combinata, dice organizzazione; ora, è possibile avere azione combinata senza autorità?

Supponiamo che una rivoluzione sociale abbia detronizzato i capitalisti, onde l'autorità presiede ora alla produzione e alla circolazione delle ricchezze. Supponiamo, per collocarci interamente dal punto di vista degli anti-autoritari, che la terra e gli strumenti di lavoro siano divenuti proprietà collettiva degli operai che li impiegano. L'autorità sarà scomparsa, o non avrà essa fatto che cambiar di forma? Vediamo.

Prendiamo a mo' d'esempio una filatura di cotone. Il cotone deve passare almeno per sei operazioni successive prima di esser ridotto allo stato di filo, operazioni che si fanno - per la più parte - in sale differenti. Inoltre, per tenere le macchine in movimento vi è bisogno di un ingegnere che sorvegli le macchine a vapore, di meccanici per le riparazioni giornaliere e di molti altri braccianti destinati a trasportare i prodotti da una sala all'altra ecc. Tutti questi operai, uomini, donne e fanciulli, sono obbligati a cominciare e a finire il loro lavoro a ore determinate dall'autorità del vapore, che si beffa dell'autonomia individuale. Bisogna dunque, dapprima, che gli operai si intendano sulle ore di lavoro; a queste ore, una volta fissate, sono tutti sottomessi senza alcuna eccezione. Poi sorgono in ciascuna sala e ad ogni istante questioni di dettaglio sul modo di produzione, sulla distribuzione dei materiali ecc., che bisogna risolvere subito, sotto pena di veder arrestarsi immediatamente tutta la produzione; che si risolvano con la decisione di un delegato preposto a ciascuna branca di lavoro o da un voto di maggioranza, se ciò fosse possibile, la volontà di qualcuno dovrà sempre subordinarsi; vale a dire che le questioni saranno risolte autoritariamente. L'automata meccanico di una grande fabbrica è molto più tiranno, come non lo sono mai stati i piccoli capitalisti che impiegano operai. Almeno per le ore di lavoro si può scrivere sulla porta di queste fabbriche: Lasciate ogni autonomia, voi ch'entrate! Se l'uomo con la scienza e il genio inventivo sottomise le forze della natura, queste si vendicarono su di lui sottomettendolo, mentre egli le impiega, ad un vero dispotismo, indipendente da ogni organizzazione sociale. Voler abolire l'autorità nella grande industria, è voler abolire l'industria stessa,distruggere la filatura a vapore per ritornare alla conocchia.

Prendiamo, per un altro esempio, una via ferrata. Qui pure la cooperazione d'una infinità d'individui è assolutamente necessaria; cooperazione che deve aver luogo a ore ben precise, perché non ne seguano disastri. Qui pure, la prima condizione dell'impiego è una volontà dominante, che tronca ogni questione subordinata, sia questa volontà rappresentata da un solo delegato o da un comitato incaricato di eseguire le risoluzioni d'una maggioranza d'individui. Nell'uno o nell'altro caso vi è autorità molto pronunciata. Ma v'è di più: che diverrebbe del primo treno in partenza, se si abolisse l'autorità degli impiegati della via ferrata sui signori viaggiatori?

Ma la necessità d'una autorità, e di un'autorità imperiosa, non si può trovare più evidente che sopra un naviglio in alto mare. Là, al momento del pericolo, la vita di tutti dipende dall'obbedienza istantanea e assoluta di tutti alla volontà di un solo.

Allorché io sottoposi simili argomenti ai più furiosi anti-autoritari, essi non seppero rispondermi che questo: "Ah! Ciò è vero, ma qui non si tratta di un'autorità che noi diamo ai delegati, ma di un incarico!". Questi signori credono d'aver cambiato le cose quando ne hanno cambiato i nomi. Ecco come questi profondi pensatori si beffano del mondo.

Noi abbiamo dunque veduto che da una parte certa autorità, delegata non importa come, e dall'altra certa subordinazione, sono cose che, indipendentemente da ogni organizzazione sociale, s'impongono a noi come condizioni materiali, nelle quali noi produciamo e facciamo circolare i prodotti.

E abbiamo veduto, inoltre, che le condizioni materiali di produzione e di circolazione s'accrescono inevitabilmente dalla grande industria e dalla grande agricoltura, e tendono sempre più a estendere il campo di questa autorità. È dunque assurdo parlare del principio d'autorità come d'un principio assolutamente cattivo, e del principio d'autonomia come d'un principio assolutamente buono. L'autorità e l'autonomia sono cose relative, di cui le sfere variano nelle differenti fasi dello sviluppo sociale. Se gli autonomisti si limitassero a dire che l'organizzazione sociale dell'avvenire restringerà l'autorità ai soli limiti ai quali le condizioni della produzione la rendono inevitabile, si potrebbe intendersi; invece essi sono ciechi per tutti i fatti che rendono necessaria la cosa, e si avventano contro la parola.

Perché gli anti-autoritari non si limitano a gridare contro l'autorità politica, lo Stato? Tutti i socialisti son d'accordo in ciò, che lo Stato politico e con lui l'autorità politica scompariranno in conseguenza della prossima rivoluzione sociale, e cioè che le funzioni pubbliche perderanno il loro carattere politico, e si cangeranno in semplici funzioni amministrative, veglianti ai veri interessi sociali. Ma gli anti-autoritari domandano che lo Stato politico autoritario sia abolito d'un tratto, prima ancora che si abbiano distrutte le condizioni sociali che l'hanno fatto nascere. Essi pretendono che il primo atto della rivoluzione sociale sia l'abolizione della società. Non hanno mai visto questi signori una rivoluzione? Una rivoluzione è certamente la cosa più autoritaria che ci sia: è l'atto per il quale una parte della popolazione impone la sua volontà all'altra parte per mezzo di fucili, baionette e cannoni; mezzi autoritari, se ce ne sono; e il partito vittorioso, se non vuole aver combattuto invano, deve continuare questo dominio col terrore che le sue armi inspirano ai reazionari. La Comune di Parigi sarebbe durata un sol giorno, se non si fosse servita di questa autorità del popolo armato, in faccia ai borghesi? Non si può, al contrario, rimproverarle di non essersene servita abbastanza largamente?

Dunque, delle due cose l'una: o gli anti-autoritari non sanno ciò che dicono, e in questo caso non seminano che confusione; o essi lo sanno, e in questo caso tradiscono il movimento del proletariato. Nell'un caso e nell'altro essi servono la reazione.



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storia / Vo Nguyen Giap
« il: Ottobre 02, 2012, 11:17:18 pm »
da http://it.wikipedia.org/wiki/V%C3%B5_Nguy%C3%AAn_Gi%C3%A1p

Võ Nguyên Giáp (An Ka, 25 agosto 1911) è un militare, politico e scrittore vietnamita. Fu il capo militare del Viet Minh di Ho Chi Minh e dell'Esercito Popolare Vietnamita (PAVN) nella Repubblica Democratica del Vietnam.
Brillante tattico e stratega militare, Vo comandò le forze Viet Minh che liberarono il Vietnam dal dominio coloniale francese, e come comandante del PAVN del Vietnam del Nord combatté le forze statunitensi e sudvietnamite nella Guerra del Vietnam. Dopo la riunificazione, prestò servizio come Ministro della Difesa vietnamita e in seguito come Vice Primo Ministro

Biografia [modifica]

Nel 1933 si iscrisse all'Università di Hanoi, e fu qui che studiò per la prima volta le opere di Karl Marx e Friedrich Engels. Entusiasmato da tali letture, decise di aderire al comunismo e poco dopo si iscrisse al Partito Comunista Indocinese, fondato da pochissimo.
Nel 1939, anno in cui il Partito Comunista Indocinese fu messo al bando dalle autorità filo-giapponesi, riparò in Cina. Qui favorì l'alleanza tra Mao Zedong e Ho Chi Minh (rispettivamente capi dei partiti comunisti cinese ed indoncinese) ed ottenne aiuti militari per le sue milizie comuniste, i futuri Vietminh, che aveva fondato un anno prima.
Tornò in patria nel 1945 contribuendo alla sconfitta militare dell'Impero giapponese: affrontò i nipponici ad Hanoi e li sconfisse nettamente, liberando la città. Dal 1946 al 1953 egli perfezionò particolari tecniche e strategie di guerriglia, diventando un maestro di tale forma di combattimento, al pari di Ernesto "Che" Guevara.
Divenuto comandante supremo dell'esercito vietnamita ed assoluto capo dei Vietminh, guidò sia le operazioni militari, che le ribellioni contro le forze coloniali francesi in Vietnam. Queste finirono nel 1954 con il pieno successo di Giap, il quale condusse al successo finale le sue armate nella battaglia di Dien Bien Phu. Successivamente sempre come comandante dell'esercito Vietminh, continuò nella Guerra del Vietnam. In questo conflitto sconfisse ripetutamente sia l'esercito del Vietnam del Sud, sia le forze armate americane: valga per tutte la spettacolare affermazione nell'Offensiva del Tet, destinata ed entrare nella storia delle attività militari.
Dopo la morte di Ho Chi Minh, avvenuta ad Hanoi nel 1969, i guerriglieri comunisti Vietcong lo candidarono alla presidenza della Repubblica, ma egli si accontentò del ruolo di ministro della Difesa, carica che peraltro ricopriva già dal 1945. Favorevole a un comunismo non dittatoriale, ebbe un ruolo chiave della deposizione del leader della Cambogia, Pol Pot.
Personaggio simbolo del comunismo asiatico, appoggiò l'ascesa e l'opera politica di Le Duan, ma alla sua morte non fu ostile a una manovra riformista. Nel 1980 si dimise dall'incarico di ministro, restando però un personaggio chiave del politburo del nuovo Partito Comunista Vietnamita. Nel 1982, per motivi di età e di salute, rinunciò a ogni carica politica e si ritirò a vita privata, rimanendo però un solido punto di riferimento per i giovani vietnamiti che si affacciano alla politica.
Vo Nguyen Giap è uno scrittore autobiografico. Tra le sue opere principali, tutte inerenti alle sue operazioni belliche, si ricordano: Grande vittoria, grande operazione (1947, sulla Seconda guerra mondiale), Dien Bien Phu (1955, sulla lotta indipendentista contro la Francia), La strategia del partito Laodong nel 1965 e Liberazione e lotta di classe (contenuti nell'antologia Il Vietnam vincerà, pubblicata nel 1968 a cura di Enrica Collotti Pischel[1][2]), Ancora una volta vinceremo (1970, sulla Guerra del Vietnam) e La guerra e la politica (1974, un'antologia di suoi scritti a cura di Emilio Sarzi Amadé).
Nel 1993, il comune di Genzano di Roma, ha insignito il comandante Giáp della cittadinanza onoraria.



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cultura / Marcello Piacentini
« il: Ottobre 02, 2012, 10:58:48 pm »
da http://it.wikipedia.org/wiki/Marcello_Piacentini

Marcello Piacentini (Roma, 8 dicembre 1881 – 18 maggio 1960) fu un architetto e urbanista italiano.
Indice  [nascondi]
1 Gli esordi e gli anni del fascismo
2 L'impegno di urbanista
3 Gli anni del Dopoguerra
4 La valutazione postuma
5 L'archivio professionale: il "Fondo Piacentini"
6 Citazioni e commenti
7 Opere (selezione)
8 Bibliografia
9 Note
10 Voci correlate
11 Altri progetti
12 Collegamenti esterni


Gli esordi e gli anni del fascismo [modifica]

Figlio dell'architetto Pio Piacentini e di Teresa Stefani, conobbe ben presto il successo professionale. A soli ventisei anni, nel 1907 partecipa al concorso per la risistemazione del centro cittadino di Bergamo (sul quale interverrà tra il 1922 e il 1927). Operò intensamente in tutta Italia, ma durante il fascismo fu soprattutto a Roma che ebbe incarichi di particolare rilevanza. Gli edifici e gli interventi urbanistici realizzati da Piacentini nella Capitale non si contano: da una parte ne consolidarono l'immagine di architetto del regime o architetto di corte del duce[1], e dall'altra connotarono significativamente l'aspetto della città.
Di notevole qualità, anche se poco nota, è la primissima produzione di Piacentini, assai vicina al linguaggio dello Jugendstil tedesco e della secessione viennese. Grazie alla sua formazione cosmopolita e ai molti viaggi in Austria e Germania che poté effettuare in gioventù, egli assorbì le novità del classicismo "protorazionalista" specie di Hoffmann e di Olbrich. Tali suggestioni le espresse bene nella sistemazione del Cinema-Teatro Corso di piazza S. Lorenzo in Lucina di Roma in cui non si adagiò su uno stanco repertorio neorinascimentale ma volle inserire elementi moderni desunti dall'ambiente nordico (bow windows, sintesi delle arti, attenzione alle arti applicate); tuttavia l'esperimento invece di suscitare consensi destò accesissime polemiche tanto che Piacentini dovette modificare il progetto pagando di tasca propria.
Creò un neoclassicismo semplificato che voleva essere a metà strada tra il classicismo del gruppo Novecento (Giovanni Muzio, Lancia, Gio Ponti ecc.) ed il razionalismo del Gruppo 7 e M.I.A.R. di Giuseppe Terragni, Giuseppe Pagano, Adalberto Libera ecc. In realtà Piacentini fuse entrambi i movimenti, riuscendo a creare uno stile originale, con un'impronta spiccatamente eclettica pur nella ricerca della monumentalità tipica delle tendenze estetiche del tempo.
Nel 1929 Mussolini lo nominò membro dell'Accademia d'Italia, che raccoglieva i migliori intellettuali italiani. I richiami alla tradizione classica saranno, soprattutto a partire dagli anni Trenta numerosi, contribuendo alla fissazione di quello stile littorio così caro a Mussolini ed alle alte gerarchie fasciste.
Fra gli incarichi più prestigiosi spiccano la direzione generale dei lavori e il coordinamento urbanistico-architettonico della Città Universitaria di Roma (1935) e la sovraintentenza all'architettura, parchi e giardini dell'E42, ovverosia l'Esposizione Universale di Roma che si sarebbe dovuta tenere nel 1942 e che costituisce l'attuale comprensorio dell'Eur (nell'incarico fu affiancato dall'allievo Luigi Piccinato, da Giuseppe Pagano, da Luigi Vietti e da Ettore Rossi). Ma se nel caso della Città Universitaria i giovani architetti coinvolti da Piacentini nella progettazione dei singoli edifici (come Giuseppe Capponi, Giovanni Michelucci, Gio Ponti, Gaetano Rapisardi, lo stesso Giuseppe Pagano ed altri) ebbero la possibilità di esprimersi con una certa libertà, in occasione dei concorsi per i fabbricati dell'E42 prevalsero le soluzioni più monumentali. Anche il piano di sviluppo del futuro quartiere espositivo redatto da Piacentini e dai suoi collaboratori risentì di pesanti compromissioni, e le reiterate revisioni dello strumento urbanistico dell'Eur intervenute nel Dopoguerra, ancorché in gran parte redatte sotto la guida dello stesso Piacentini e del suo collaboratore Giorgio Calza Bini, finirono per rendere del tutto irriconoscibili le idee portanti del suo principale ispiratore.

L'impegno di urbanista [modifica]

Nei piani di risanamento messi a punto per la città di Livorno seguì i principi dell'architettura razionalista italiana, pensando di lasciare nel centro solamente manufatti con funzione commerciale e governativa e attuando un diradamento delle strade per esaltare gli edifici. Altrove, tuttavia, Piacentini si attestò su posizioni urbanistiche di retroguardia, propugnando alcune discutibili scelte, come lo sventramento brutale di alcuni centri storici, lo sviluppo delle città a macchia d'olio e l'apertura di vie radiali. Fra le operazioni più devastanti emerge tristemente la demolizione della Spina di Borgo per l'apertura di Via della Conciliazione a Roma, su progetto elaborato nel 1936 (ma portato a termine nel 1950) insieme all'architetto Attilio Spaccarelli. Antecedenti, fra il 1927 e il 1936, sono gli imponenti lavori di sventramento della Contrada Nuova di Torino per realizzare il tratto di Via Roma da piazza Carlo Felice a piazza San Carlo. Inoltre a Brescia fu artefice della Piazza della Vittoria, per la quale il suo progetto vinse il concorso indetto dal Comune. In quest'ambito fu l'autore del primo grattacielo italiano, alto 57 metri. Fu membro influente di numerose commissioni, fra cui quelle per la variante generale al piano regolatore di Roma del 1909 istituita nel 1925, per il piano regolatore del 1931 e per la relativa variante generale del 1942 (quest'ultima non fu mai adottata ma nel Dopoguerra fu resa praticamente operativa).


Gli anni del Dopoguerra [modifica]

Professore ordinario di Urbanistica alla facoltà di Architettura dell'Università La Sapienza di Roma, della quale fu anche preside, dopo la caduta del regime fascista subì un'effimera epurazione, ma fu riammesso ben presto all'insegnamento, lasciando la cattedra nel 1955 per raggiunti limiti di età. I suoi non pochi progetti architettonici del Dopoguerra risentono di una certa stanchezza, che trova la sua acme nella seconda ristrutturazione del Teatro dell'Opera di Roma completata nel 1960, a parere di Bruno Zevi egregiamente restaurato all'interno e poi offeso da un'"insulsa" facciata[2] La sua ultima opera architettonica è il Palazzo dello Sport dell'EUR (attuale Palalottomatica), progettato nel 1960 insieme a Pier Luigi Nervi, che rappresenta il risultato finale di una sofferta successione di varianti progettuali. Il suo ultimo intervento urbanistico è costituito dal piano regolatore di Bari del 1950, firmato insieme a Giorgio e Alberto Calza Bini. Anche se fece parte di una prima commissione elaboratrice, non ebbe alcuna influenza nella redazione del piano regolatore di Roma che sarà adottato nel 1962, ma in qualità di membro della commissione urbanistica del Campidoglio dal 1956 alla morte tentò di mantenere fermi i principi cui era portabandiera fin dall'anteguerra. È sepolto insieme al padre Pio Piacentini nella tomba di famiglia al Cimitero del Verano.


La valutazione postuma [modifica]

Alla sua scomparsa dopo lunga malattia, su di lui cadde l'impietoso giudizio distruttivo di Bruno Zevi, che come architetto lo definì "morto nel 1925". Il tempo e una maggiore riflessione hanno condotto a una rivalutazione di alcune opere di Piacentini successive al 1911. Di recente, è stata sottolineata la riuscita di una delle numerose operazioni urbanistiche da lui realizzate: l'apertura del secondo tratto novecentesco di Via Roma a Torino del 1936.
Il suo rapporto con il regime, indubbio e ampiamente documentato, pur essendo stato duraturo e proficuo, non manca di notevoli incongruenze. Nei primi anni venti infatti, Piacentini fu aggredito dalle squadracce fasciste a Genzano dove aveva una casa e dei possedimenti: la causa di tale gesto probabilmente va ricercata nelle frequentazioni e nelle amicizie del giovane Marcello Piacentini, che già grazie al peso del padre Pio, aveva potuto gravitare attorno a personaggi della massoneria e dell'anticlericalismo come Ernesto Nathan ed Ettore Ferrari, poco gradite allora a Mussolini e di conseguenza al violento e intransigente fascismo rurale. Il successo di Piacentini nel ventennio poi non fu improvviso; già negli anni dieci egli si era imposto come promessa del panorama architettonico non solo romano ed aveva ricevuto importanti incarichi pubblici come la costruzione di edifici provvisori per l'esposizione internazionale di Roma del 1911 e il padiglione italiano all'esposizione di San Francisco (1915).


L'archivio professionale: il "Fondo Piacentini" [modifica]

Sia presso la Facoltà di Architettura della Prima università di Roma che presso la Facoltà di Architettura dell'Università di Firenze esiste un "Fondo Piacentini" che conserva testimonianze e documenti del suo archivio personale e professionale.


Citazioni e commenti [modifica]

Un commento di Marcello Piacentini su ciò che si è costruito in Italia dal 1933 al 1936 per chiarire il concetto di modernità nazionale:
"Ad un esame più completo e approfondito queste opere denunciano una fisionomia unitaria, organicamente coerente e stilisticamente definita, non soltanto in obbedienza ai canoni di gusto attuale ma in diretto rapporto con influenze nazionali. Questa impressione di nazionalità può essere messa in dubbio da quei pochissimi critici che, per partito preso, o per difetto di competenza o per incapacità di senso di osservazione, confondono in un’unica impressione generica qualsiasi opera di architettura moderna e per la estensione del movimento moderno di diversissime regioni vogliono, ad ogni costo, reagire a questo internazionalismo apparente non con una accettazione nazionale delle grandi correnti di gusto ma con una infantile negazione totalitaria."[3]

Opere (selezione) [modifica]

1910, Bruxelles: padiglione italiano all'Esposizione Mondiale.
1912-1928, Messina: Palazzo di Giustizia
1913, Roma: Villetta Rusconi
1915-1917, Roma: Ristrutturazione e ampliamento del Cinema Teatro Corso (già Lux et Umbra, poi Étoile)
1916-1918, Roma: Villa Nobili
1919-1934, Roma: Basilica del Sacro Cuore di Cristo Re
1922, Firenze: Cinema teatro Savoia (ora Odeon)
1922, 1927 Bergamo: Rifacimento centro della città (centro Piacentini)-Torre dei Caduti-Tribunale-Camera C.I.A.A.
1925, Roma: Restauro di Villa Madama
1926-1958, Roma: Teatro dell'Opera (ristrutturazione)
1928, Bolzano: Monumento alla Vittoria
1929-1931, Roma: Palazzina al Lungotevere Tor di Nona (abitazione e studio Piacentini)
1931, Roma: Palazzo delle Corporazioni in via Veneto (oggi sede del Ministero dello Sviluppo Economico)
1931, Genova - Arco della Vittoria
1932, Roma: Villa Piacentini alla Via Camilluccia (abitazione privata Piacentini)
1932, Brescia - Piazza della Vittoria
1932-1937, Roma - Edifici residenziali ICP Pamphily
1932-1941, Reggio Calabria: Museo Nazionale della Magna Grecia
1933, Milano: Palazzo di Giustizia
1933, Torino: demolizione e ricostruzione del secondo tratto di Via Roma (e isolati circostanti)
1935-1940, Genova: Torre Piacentini
1936, Roma: Palazzo del Rettorato dell'Università degli studi di Roma "La Sapienza"
1938, Livorno: Piano di risanamento del centro storico e Piazza Grande
1938-1942, Roma: sistemazione dell'E42 (EUR)
1939-1940, Napoli: ristrutturazione del Palazzo del Banco di Napoli
1941, Roma: demolizione della "spina di Borgo" per l'apertura di Via della Conciliazione
1940-1969, Forlì: Palazzo di Giustizia
1947-1952[4], Roma: Cappella universitaria Divina Sapienza
1954-1956, Ferrara: Nuovo Palazzo della Ragione
1958, Roma: Palazzo dello Sport, in collaborazione con Pier Luigi Nervi (per la parte strutturale)




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